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Quello che scrivo ...
COSE CHE CAPITANO
post pubblicato in Diario, il 7 ottobre 2010


 

 

COSE CHE CAPITANO

Ma tu guarda se è mai possibile. Con tutta la fatica che ho fatto a farla crescere ed ora questa penna ha deciso di staccarsi e finire a terra. Non è la prima e non sarà l’ultima, purtroppo.

Era da un po’ di tempo che voleva andarsene, ma ho tentato a lungo di trattenerla, di allungare il nostro sodalizio. In fin dei conti non è mai facile rinunciare a qualcosa di tuo, specialmente se ha fatto parte di te. E poi proprio una penna, no dico … una penna!

Ci metti una vita a farla crescere, la curi con pazienza e dedizione e poi quella ti abbandona. Difficile rassegnarsi. Sapevo che sarebbe venuto il giorno, che prima o poi avrei cominciato a perdere pezzi, ma ho sperato che quel momento non arrivasse tanto in fretta, che fosse ancora lontano. Invece, eccomi qui su questa spiaggia bagnata da una pioggia appena caduta a gironzolare attorno all’ennesima parte di me fuggita via per sempre.

Sono un vecchio gabbiano e dovrei averci fatto l’abitudine a questi addii, a lasciare che il tempo si porti via poco alla volta tutto quanto. Brutta bestia la vecchiaia, subdola e traditrice. Arriva quando meno te l’aspetti e non riesci più a scrollartela di dosso.

Fino a qualche tempo fa ero giovane e accidenti, mi piaceva esserlo!

Lontani i tempi di quando me ne stavo senza pensieri al calduccio nel mio uovo o quando piccoletto provavo a spiccare il volo per la prima volta, per non parlare dei mille momenti allegri passati nel vento o le spettacolari battute di pesca.

Tutto è passato in un lampo come se non avessi avuto il tempo di capire quello che stava accadendo, come se la vita che ho vissuto fosse stata quella di un altro.

Lontano, indefinito, sfocato. Il passato è nascosto dalla nebbia del tempo e per quanto mi sforzi non ce la faccio a farlo rivivere; questo è il vero problema, che nulla tornerà come prima. Solo ricordi, penne che fuggono e poco altro. Brandelli di vita andati per sempre.

Chi ci sarà a ricordarli quando me ne sarò andato, quando la morte mi farà sgradita compagnia? Resteranno sospesi per sempre senza che nessuno li possa mai più cogliere. È il destino dei vecchi e della vita che si consuma.

Forse sarebbe il caso di tirare le fila, di fare un bilancio di quello che è stato. Già! Sarebbe il caso, ma non lo farò. Non ne ho voglia o molto più probabilmente ne ho timore, paura di dover stabilire che non ho poi combinato granché nella mia vita, che non sono stato poi tanto utile e determinante, che non ho mai fatto la differenza. Sono uno dei tanti, un gabbiano e poco altro.

Cos’ho mai fatto di tanto grandioso perché possa affermare che sia valsa la pena vivere? Probabilmente nulla o troppo poco perché riesca a comprenderlo.

No, no, no!

Scaccio via questi pensieri luttuosi sperando che il vento impetuoso che ormai batte la spiaggia se li porti lontano. Non è il momento di riflettere su queste cose e forse non arriverà mai. Credo di avere il diritto di decidere come gestire la mia vita, soprattutto adesso che sono quasi alla fine. Niente obblighi, nessuna costrizione e ancor meno vincoli morali. Ho deciso di vivere quello che mi rimane arrogandomi il diritto di essere superficiale evitando di concepire pensieri profondi e filosofici. Chi l’ha detto che i vecchi devono essere per forza saggi? Io voglio essere banale e immaturo. Che male c’è?

Alzo il becco e guardo il cielo carico di nuvole gravide di una pioggia che fa fatica a rimanere imprigionata, un refolo di vento sposta la mia penna perduta facendola volare qualche metro più in là fino a spingerla improvvisamente verso l’alto.

Ma tu guarda, sa volare anche da sola senza che sia io con la forza delle mie ali ad accompagnarla in cielo. Quanti voli abbiamo fatto insieme, quanti decolli, quanti atterraggi e quanti tuffi e picchiate spericolate.

Rimango ad osservare le sue evoluzioni acrobatiche con un misto di emozione e dispiacere, romanticismo e mestizia.

La penna continua a salire trascinata da una brezza che si fa sempre più intensa, il mare grosso e scuro vomita schiuma sulla riva deserta. La bella stagione se n’è andata, via i turisti con la pelle lattiginosa, lontani i suoni, le musiche, le sdraio e gli ombrelloni colorati messi diligentemente in fila. È il momento del silenzio, della solitudine e degli acquazzoni.

Dovrei andarmene a cercare lidi più caldi e mari più colorati, ma non ce la faccio o meglio non me la sento. Mi è passata la voglia di volare, non ci trovo più nulla di eccitante e piacevole. Quel semplice gesto che mi permetteva di alzarmi da terra e planare tra le correnti è diventato vuoto e privo di significato. Sono diventato pigro o forse semplicemente, inevitabilmente vecchio.

La penna ormai è alta in cielo e quasi non la vedo più.

Inaspettatamente le nuvole sia aprono ed un raggio di sole caldo illumina la spiaggia. Che bella sensazione. Per un istante sembra di nuovo estate e il mio manto umido si asciuga magicamente.

Le zampe iniziano a muoversi senza che l’abbia deciso e lo stesso fanno le ali che cominciano a sbattere sollevandomi da terra.

Che sta succedendo? Mi sento stranamente bene e tranquillo come non mi capitava da tempo; sbatto le ali e salgo, salgo, salgo in alto dirigendomi verso la mia penna acrobatica che ora sembra aspettarmi sospesa.

Sto arrivando, aspettami!

Volo felice e pieno di rinnovata energia come non facevo da tempo, in fin dei conti sono nato per questo e colpevolmente me l’ero dimenticato. Sono pur sempre un gabbiano, un po’ spelacchiato e stanco, ma pur sempre un gabbiano. Comunque la pensi e nonostante tutti gli sforzi per tentare di scordarlo volare è la mia vita, la mia missione. Il resto non ha importanza come non lo hanno le migliaia di giorni alle miei spalle, i fastidi e gli acciacchi che inevitabilmente si fanno sentire e soprattutto non lo ha quella penna che volteggiare poco lontana. Potrei raggiungerla ed afferrarla e stare ancora un po’ a piangerle addosso come del resto ho fatto da troppo tempo a questa parte. Con quale risultato se non quello di scordarmi il piacere intenso del vivere il momento?

Forse è proprio questo il segreto della vecchiaia, saper cogliere il piacere dalle piccole cose dando loro il giusto significato senza inutili filtri e recriminazioni legate per forza al passato. Ciò che è avvenuto non torna, ma qualcosa di nuovo può comunque capitare. Questo mi deve bastare.

Mi accorgo mentre la brezza fresca mi carezza il muso che non posso e non voglio rinunciare a tutto questo, al poco che mi dona gioia. Non è ancora venuto il tempo della resa incondizionata.

Mi avvicino alla penna fluttuando tra le correnti e m’accorgo tutto d’un tratto che non ha più alcuna importanza ne alcun significato. Le do un’ultima occhiata paterna e poi cambio direzione facendomi portare dal vento. Non posso seguirla all’infinito se voglio sentirmi veramente libero e vivo. La morte arriverà comunque, ma dovrà venirmi a cercare e farà fatica a prendermi.

Il mio non sarà forse un viaggio ancora lungo e nemmeno il più importante, ma fino all’ultimo sarà il mio viaggio.

 

FABIO SELINI




permalink | inviato da selo il 7/10/2010 alle 19:53 | Versione per la stampa
C'E' UN GIARDINO
post pubblicato in Diario, il 7 ottobre 2010


C’E’ UN GIARDINO

“I bimbi cresco e le mamme imbiancano” (anche i papà, purtroppo) diceva una vecchia canzone. Il tempo passa, i giorni trascorrono tua figlia cresce. Sei felice perché la vedi incamminarsi a grandi passi verso la vita e allo stesso tempo sei un po’ triste perché “vorresti che rimanesse sempre la tua piccolina”. Ma si sa che i piccoli hanno fretta di crescere ed è giusto così. Certo, per te genitore resterà sempre quello scricciolino paffuto che scorrazzava per casa farfugliando parole incomprensibili, che camminava a fatica cercando il tuo aiuto, che accompagnavi il primo giorno “all’asilo”. Già l’asilo … un sospirone ti esce involontario.

Il tempo è trascorso rapido e nemmeno me ne sono accorto. Quasi tre anni sono volati via veloci mentre la mia bimba frequentava la scuola materna Ester Diana.

Tutto è fuggito con una rapidità incredibile, almeno così è parso a me e mia moglie. Sembra ieri che cucivamo la coccarda sul grembiulino e ora quello stesso grembiulino è un pezzo da museo, un indumento da conservare come ricordo di qualcosa di unico e bello ormai passato.

Emozioni, sensazioni, ricordi si sono accavallati in questi tre anni accompagnando le nostre giornate, completandole, rendendole diverse ed incredibilmente ricche.

Non so se mia figlia abbia la stessa percezione del tempo che fugge … dubito fortemente. Per i bambini il tempo è lungo, le giornate durano anni, le stagioni millenni. Quanto è durato per lei l’asilo? Tanto, tantissimo, una vita potrei dire visto che metà dei suoi anni sono trascorsi in compagnia di Suor Battistina, delle maestre e dei suoi amici. Giorni dopo giorni che formavano mesi che si mettevano in fila e diventavano anni.

Quanti momenti belli, quante piccole grandi storie potrei raccontare; non preoccupatevi non lo farò! Eravate già spaventati all’idea di sorbirvi l’ennesimo racconto sdolcinato di un papà romanticone. Tranquilli, non ho intenzione di tediarvi con aneddoti divertenti (di solito solo per chi li racconta) o storielle commuoventi, nessuna reminescenza del “primo giorno” (anche se sarei tentato), nessuna racconto significativo. Ogni genitore ha il suo bagaglio di ricordi e lo tiene gelosamente per se. Io faccio la stessa cosa.

Piuttosto, visto che a settembre la mia bimba andrà alla scuola elementare, mi andava di proporre qualche riflessione riguardo alla sua esperienza (e della sua famiglia) in merito a questo viaggio intrapreso, condotto ed ora terminato. Raccontare di quel luogo fatto si di muri e finestre, ma soprattutto “fatto di persone”. Gli edifici non dicono nulla, non hanno senso se non li “farcisci” di gente che li anima e li rende vivi. Sono le persone che danno sapore, significati, valore ai luoghi, che li rendono speciali e unici. La scuola materna Ester Diana è un posto così, uno di quelli carichi di forza e vitalità, anima e spirito, emozioni e gioia. Un luogo normale che diventa magico ogni qual volta il cancello si apre per accogliere i suoi piccoli ospiti.

La scuola materna Ester Diana è stata per mia figlia casa, rifugio, luogo nel quale sperimentarsi, conoscere, crescere, imparare, ma anche posto dove far sbocciare amicizia, coltivare affetti.

Non so e non voglio addentrarmi nell’ambito formativo; non posso valutare questo aspetto, non sono adatto e non conosco le dinamiche educative. Posso solo osservare che in questi tre anni la mia bimba è cresciuta da un punto di vista emotivo, emozionale, affettivo.

Si è affezionata a suor Battistina che ogni mattina alle setteemezza la accoglieva con un sorriso grande così, alla sua maestra che le acconciava i capelli con treccine e code bellissime, ai suoi numerosissimi amici.

Senza conoscerli personalmente sono diventato amico di Michele, Nicole, Gianmarco, Marianna, Giulia e di altre decine di bambini. I racconti di mia figlia me li hanno resi famigliari, la spontaneità della loro amicizia mi ha sorpreso piacevolmente ogni volta. Nella maestra di riferimento ho compreso una genuina volontà di accogliere la mia bambina per quello che è, per quello che sa e può dare. Come dicevo, non mi addentro in quello che praticamente o tecnicamente le abbia insegnato (di certo molto), ma sono sicuro sia riuscita a riempire le giornate di mia figlia di affetto e amore, vicinanza e partecipazione.

Sono queste le cose alle quali voglio dare seguito, rimarcare decisamente … che spero mia figlia conservi nel suo scrigno della memoria. Crescendo difficilmente ricorderà i giochi o i disegni fatti, senza dubbio non potrà scordare i profumi, i sapori, gli abbracci ed i sorrisi. Questo è il vero tesoro che la scuola materna Ester Diana ha donato a mia figlia e del quale sarò sempre grato. La possibilità di instaurare rapporti umani forti, l’occasione di poter essere se stessa in un mondo differente da quello famigliare, di vivere serenamente il suo “diventare grande”.

Mia figlia ha raccolto molto di ciò che era stato offerto dalla scuola materna, ogni giorno ha mietuto i frutti della semina paziente ed attenta dei suoi tutori; ha compreso l’importanza del rispetto dell’altro, la presenza di Gesù nella sua vita, il piacere del condividere gioie e l’importanza di partecipare ai piccoli dolori degli amici. Ha mietuto e allo stesso tempo la scuola materna si è presa cura di lei come fosse un piccolo seme aspettando pian piano lo sbocciare di un fiore bellissimo. Grazie alle cure benevole di molte persone è stato seminato, è sbucato faticosamente dalla terra per poi fiorire in tutto il suo splendore.

E allora è proprio vero quello che penso da molto tempo, cioè che nascosto tra le mura di quell’edificio c’è un giardino nascosto dove ogni giorno, da cinquant’anni a questa parte, si coltivano con cura, pazienza e conoscenza fiori bellissimi. I nostri bambini.

Sono ancora boccioli piccoli e delicati, andranno seguiti e curati a lungo nell’attesa che si fortifichino e diventino sempre più rigogliosi. Compito delle famiglie e della scuola proseguire ed aiutare la loro crescita. Il tempo è lungo, la fatica potrebbe essere tanta, le intemperie andranno superate. E chissà che un giorno quei fiori, ormai rigogliosi e forti, non producano altri piccoli semi … magari pronti per essere seminati un’altra volta nel giardino dell’Ester Diana.

Fabio S.




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LETTERA A COLLODI
post pubblicato in Diario, il 17 settembre 2010


LETTERA A COLLODI Gentile signor Collodi, le scrivo questa breve lettera perché devo scusarmi con lei. Per decenni ho detestato lei e il suo Pinocchio ritenendolo noioso e primo di interesse, perfino banale e sdolcinato zeppo com’era di episodi edificanti, richiami ai grandi valori e moniti perbenisti. Fin da bambino m’è stata raccontata fino alla noia la storia di quel burattino discolo che alla fine trova la via della redenzione. C’era qualcosa di più scontato e mediocre di questo? Detestavo i suoi personaggi, diventati piccole star spocchiose e inutilmente onnipresenti, inflazionati dal teatro, dalla televisione e da altri mille racconti che si rifacevano in qualche modo a loro: libri illustrati, fumetti, cartoni animati, lo sceneggiato di Comencini fino ad arrivare all’orribile film del buon Benigni. Il gatto e la volpe, la fatina buona, il grillo parlante, il pescecane, Mangiafoco, Lucignolo e tutti gli altri erano diventati noiosi compagni di vita, parenti sgradevoli che troppo spesso vengono a farti visita. E poi c’era quel Geppetto. Un uomo triste e spinto dalla solitudine a costruirsi un burattino di legno ed a convincersi che potesse diventare un bambino buono. C’era qualcosa di più penoso? Non sono mai riuscito a farmelo piacere, a provare una qual sorta di simpatia umana per quel tizio sempliciotto disposto a tutto per amore di un figlio che non se lo filava nemmeno. “Ma come si fa ad essere tanto stupidi?” mi domandavo. Insomma, proprio non sopportavo questa sua opera tanto celebrata ed acclamata e di riflesso biasimavo lei e la sua volontà di propinarcela. Ma come le dicevo, ora sono qui per scusarmi. Qualcosa improvvisamente è cambiato. È successo tutto per caso, un giorno come tanti nella biblioteca del mio piccolo paese. Insieme a mia figlia di sette anni stavo cercando un libro di fiabe da leggere prima della “buonanotte”; come al solito, passavo in rassegna titoli fantasiosi, sfogliavo pagine illustrate piene di disegni strampalati e bellissimi quando mia figlia ha attirato la mia attenzione dicendomi “Papà voglio Pinocchio”. Ovviamente, sentendo quella richiesta mi sono un po’ innervosito ed ho cercato con i tipici modi del dolce dittatore di persuaderla a scegliere qualcos’altro. Davanti a noi c’erano centinaia di libri, perché scegliere proprio quello? Ho insistito un po’, poi ho ceduto senza convinzione. Mi sono detto che arrivati a casa si sarebbe dimenticata di quel libricino ed io mi sarei evitato l’ennesima noiosa lettura. Così, giunti a casa, approfittando di una sua disattenzione ho infilato Pinocchio in un cassetto per lasciarcelo a lungo. Sembrava un buon piano se non che la sera stesa mentre mettevo a letto la mia bimba, lei mi ha chiesto con voce sognante “Papà, mi leggi Pinocchio”. Anche in questo caso ho provato a convincerla a farsi raccontare un’altra favola, mi sono perfino offerto di inventarne una nuova nuova. Non c’è stato verso, voleva Pinocchio. Così un po’ sconsolato, mi sono diretto verso il cassetto segreto ed ho estratto quell’orrendo libro. Sedutomi accanto a lei ho cominciato a leggere controvoglia. E lì, in quella cameretta illuminata flebilmente dalla luce di una piccola lampada ho capito, dopo poche righe, che quella storia aveva qualcosa di magico. L’ho intuito guardando gli occhi sognanti della mia bimba, l’ho compreso rileggendo quelle parole con la consapevolezza adulta di un genitore. Ho scoperto che ogni pagina è carica di significato, di insegnamenti e soprattutto di buon senso. È stata una vera rivelazione, un piccola folgorazione, una sorpresa che si rinnovava. Così ogni sera, senza fatica (lo ammetto) e con un entusiasmo sempre crescente abbiamo ripercorso insieme le avventure e le disavventure di quel burattino. Pinocchio è diventato nostro amico, compagno di viaggio, esempio. Abbiamo tifato per lui, sofferto per le sue scelte sbagliate, festeggiato la sua piccola enorme redenzione. Quando, la storia è finita, eravamo un po’ tristi. Come fare senza di lui, senza le sue spericolate vicende? È difficile rinunciare alla compagnia di un amico fidato. E qui, la mia bimba ha trovato una soluzione eccezionale, straordinaria nella sua semplicità. “Me la rileggi?” ha chiesto. Certo bambina mia. È proprio questa la forza delle belle storie, dei libri importanti … si possono rileggere quante volte si vuole e ritrovarci le stesse emozioni e le stesse magie. Adesso l’ho capito. Pinocchio è un po’ tutti noi … con i nostri difetti, le nostre difficoltà, ma anche le nostre piccole grandi vittorie. Ecco perché lo sentiamo vicino, quasi famigliare. Quindi, signor Collodi, le ribadisco le mie scuse più sincere per quanto di male in questi anni ho pensato di lei e della sua fiaba. Spero potrà perdonare la mia supponenza e annoverare me e la mia piccola bambina tra i suoi più accaniti ammiratori. FABIO SELINI P.S. Se le capita di incontrarlo, ci saluti tanto Pinocchio!



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INIZIARE. "LA VOCE DELLA MONTAGNA"
post pubblicato in Diario, il 10 settembre 2010


Maledette vesciche. Osservo i miei piedi martoriati e ancora non socapacitarmi. Non ci volevo venire in montagna, ma mi sono fatta convinceredalle lusinghe di mio marito, dalle dolci richieste di mia figlia e da tantecoccole."Dai facciamo una bella camminata all'aria aperta e poi tutti a mangiare alrifugio".Così, mio malgrado, di buona mattina mi sono vestita "da montagna" o megliocome credevo ci si vestisse per un'escursione del genere: maglietta, felpone,pantaloni al ginocchio con i tasconi, calzettoni e polacchini acquistati secoliprima in un negozio specializzato e mai utilizzati. Perché sono anni che la miafamiglia tentava di fare questa benedetta (maledetta) gita ed io fino ad alloraavevo resistito offrendo ogni tanto piccoli contentini quali appuntobenauguranti acquisti di materiali tecnici, organizzazioni fumose di gite mairealizzate e perfino preparazioni nei minimi dettagli vanificate da improvvisie quanto mai salvifici acquazzoni mattutini.Così me la cavavo con falsi dispiaceri "Che peccato, proprio oggi dovevapiovere a dirotto?" conditi da altrettante fasulle faccette e smorfie didisappunto plastificato. Tutti, contenti ... si fa per dire.Anche questa mattina, quando mi sono alzata dal mio comodissimo letto hosperato con tutto il mio cuore che il cielo fosse coperto e che le nubipromettessero pioggia battente. Come al solito avevo già in serbo la miacompilation di frasi fatte, malumori falsi e alternative tipo "Vabbé, vorràdire che andremo al centro commerciale". Ed invece aprendo le ante ho visto uncielo azzurro ed un sole insolente ed ho compreso che questa volta non sareisfuggita."Diavolo, questa volta mi tocca!" ho pensato dispiaciuta mentre lucidamentestavo elaborando un disperato piano di fuga del tipo "Non sto bene", "Non me lasento", "E' uno di quei giorni".Non ce n'è stato il tempo. Quei due esagitati erano già svegli, pronti apartire e zompettavano per casa come morsi da qualche tarantola. Mia figlia sistava lavando e vestendo da sola, cosa che non capita praticamente mai e miomarito aveva abbandonato la sua consueta flemma domenicale per lanciarsi inentusiastici preparativi: lo zaino, le bibite, i kway, le barrette energetiche,la copertina. Tutto in ordine in men che non si dica come se fossero pronti dadecenni, come sei quei due avessero affinato la tecnica con specificiaddestramenti segreti."Noi siamo pronti!" me li sono visti comparire sulla soglia della porta dellacucina mentre io versavo il latte nelle tazze in pigiama ed ancora non micapacitavo di quello che stava accadendo."Prima si fa colazione e poi ..." ho lasciato la frase a metà come se mi facessemale anche solo palesare verbalmente il mio prossimo destino.Magari il tempo sarebbe cambiato radicalmente nel volgere di qualche attimosalvandomi oppure una telefonata improvvisa avrebbe impedito la nostra partenzao chissà, forse, un evento straordinario e non previsto si sarebbesalvificamente avverato. Mai porre limiti alla provvidenza.Niente da fare. Tutto rimaneva immutabile e odioso: il sole sempre più caldo,il cielo se possibile ancora più terso ed i miei due aguzzini esageratamenteagitati.Senza nemmeno accorgermene, in una sorta di trance da rifiuto, ero in autolanciata verso un'amena località alpina. Quasi tre ore di macchina su pertornanti da vomito in compagnia di questa allegra compagnia di fanatici daescursione. Mio marito aveva stampato in faccia un sorriso ebete e sognantementre mia figlia continuava a parlare eccitata come una radio impazzita senzapossibilità di spegnerla in alcun modo. Una gran bella compagnia.Poi, però, era arrivato il peggio. Posteggiata l'auto in un piazzale con unapendenza inquietante ci siamo caricati dei nostri zaini (quei pazzi ne avevanopreparato uno tutto mio ... che fortuna!?) per incamminarci su per un sentiero lecui indicazioni dicevano "Al rifugio due ore e mezza"."Due ore e mezza! Ma voi siete fuori di testa" ho protestato blandamenteseguendo con passo incerto i miei due cari, ormai lanciati alla conquista dellacima.Come dargli torto? Dopo anni di iniziative cassate, di illusioni mozzate, dipromesse mai mantenute ora potevano finalmente dare sfogo alle loro voglie.Camminare, camminare, camminare! Che follia. Io che prendo la macchina che perandare a comprare il pane, io che se posso salgo in ascensore piuttosto chefare le scale, io che me ne sto per ore felicemente seduta in ufficio sulla miapoltroncina davanti al computer ... davvero non capisco il senso di questeinutili fatiche. Arrampicarsi su per un sentiero scosceso e sdrucciolevole perarrivare in cima a qualcosa. Non basta guardare le foto sui giornalispecialistici e magari navigare su internet? È molto più comodo e senza dubbiomeno faticoso.Ma no, bisogna soffrire per poi godere del panorama, dell'aria fresca, deiprofumi. Fesserie!Per i primi minuti della camminata mi ero anche illusa che tutto questo fossevero, che le belle storie di montagna che si raccontano avessero un fondo diverità. Camminavo senza troppa fatica su per quella stradina e mi sembrava chetutto fosse facile e persino piacevole. Questo paradiso, però, è durato poco.Il tempo che il sentiero si facesse più ripido, che le gambe cominciassero afarmi male, che il fiato mi si spezzasse in gola ed ero già prostrata."Ragazzi facciamo una pausa, non ce la faccio più" ho urlato disperata edansimante ai miei due instancabili compagni di sventura che ne frattempo miavevano distanziata di qualche decina di metri.Loro da buoni samaritani sono ritornati indietro e con sguardi pietosi miosservavano senza capire davvero quello che mi succedeva. Mi succedeva che ognimaledetto brandello del mio corpo mi chiedeva conto di anni di vita sedentariaed agiata, che mi facessero male perfino le punte dei capelli e le unghie.Hanno pazientato a lungo che mi riprendessi e poi, come a donarmi una panaceamiracolosa, mi hanno consegnato un bastone di legno dicendomi "Prendilo, vedraiche con questo farai meno fatica".Ho afferrato quel pezzo di legno lungo e ricurvo e più per dare lorosoddisfazione che per vera convinzione, mi sono rimessa in piedi riprendendo lamarcia. Il bastone non era ne magico ne salvifico ed a me continuava a far maleovunque, ma non potevo deluderli e nemmeno continuare a fare la lamentosa. Infin dei conti era una bella gita sognata per tanto tempo e non sarei stata dicerto io a rovinarla anche a costo di morirci su quella montagna. Durante ledue ore che mi hanno separata da questa nuova pausa lamentosa non ho apertobocca sfoderando sorrisi da copertina e quando il fiato me lo permetteva, hoperfino scherzato e raccontato storielle divertenti. I mie due straordinaricompagni di viaggio sembravano felici di vedermi contenta e spensierata ed iodevo ammetterlo lo ero altrettanto di osservare loro tanto entusiasti esereni.Poi ho ceduto di schianto. A meno di dieci minuti dalla vetta, con negli occhiil rifugio poco distante, ho mollato. Mi sono seduta su una roccia in mezzo adun campo ed ho alzato bandiera bianca. I piedi scoppiavano dentro i mieifiammanti scarponcini hitech e le gambe esplodevano di acido lattico. Vescichegrandi come padelle riempivano le piante dei miei piedi. Ovviamente si èripetuta l'ennesima scena dei miei soccorritori personali che correvano al miodolorante capezzale. Anche se stavo malissimo li ho tranquillizzati dicendoloro di proseguire, che li avrei raggiunti nel giro di pochi minuti. Loro,seppur riluttanti si sono fatti convincere dalla mia falsa tranquillità e sisono incamminati diventando ogni secondo più lontani e piccoli. Ogni tanto sigiravano a guardarmi, probabilmente per sincerasi se fossi ancora viva, ed ioli salutavo fingendo entusiasmo mettendo in mostra energie ormai consunte.Ora sono qui, sola in mezzo al nulla in contatto diretto con me stessa, la miafatica che pian piano si acqueta ed il respiro si fa più cadenzato e rilassato.Sembra che le cose lentamente vadano un po' meglio anche se non voglioilludermi. Per la prima volta da quando sono partita volgo lo sguardo da mestessa e mi guardo attorno. È bellissimo e nemmeno me n'ero accorta. Sono inmezzo ad un prato fiorito di mille colori, poco lontano alcune mucche fannotintinnare i loro campanacci, lungo il sentiero altri arrampicatori salgonodisinvolti, ci sono insetti che volano qua e là e si posano delicatamente suifiori, boschi di abeti altissimi riempiono le vette tutt'attorno fino alasciare timidamente spazio alla roccia nuda che quotidianamente, da sempre,sferza il cielo. Il sole mi scalda il corpo dolorante, da qualche minuto s'èalzata una brezza leggera che mi accarezza il viso. Non posso dire di starebene, ma sto decisamente meglio. Non so se sia la fatica oppure il luogo, masento profumi e percepisco colori più intensi. Forse è solo la lucida agonia diuna camminatrice fallita o forse è la vera magia della montagna, la sua voceche decide di farsi sentire, quella che mi sono sempre rifiutata di ascoltare eche ora mi si presenta con gli interessi. È un conto che pago volentieri, chenon avrei mai immaginato di dover saldare con tanto piacere.Istintivamente chiudo gli occhi ed ascolto ciò che mi sta attorno. Acqueto ilsenso della vista ponendo attenzione a ciò che sentono le mie orecchie abituateal suono stridulo della città. Trascorro qualche minuto in silenzio e respirolentamente. Ecco! Posso ascoltare nitidamente lo scorrere deciso e leggero diun torrente, immagino le sue limpide e gelide acque che rapide ed inesorabiliscendono a valle, percepisco i suoi piccoli salti e le sue evoluzioni attorno amassi e radici. Il rumore del vento si fa tutt'uno con le altre voci dellamontagna facendole risuonare: i rami che si muovono, i fili d'erba che sipiegano, le pietre che intonano incomprensibili canti.Anche dentro di me, sotto la scorza irrigidita di cittadina convinta, risuonauna voce nuova, timida eppure persistente e gradevole. Non so definirla, ancoranon ce la faccio.Sono sola eppure mi sento in compagnia, mi sento parte di qualcosa. Non sospiegarmelo e nemmeno non voglio farlo. Preferisco continuare a godere diqueste meravigliose sensazioni e non pensare inutilmente. Ci sarà tempo perrazionalizzare, non adesso.La stanchezza mi sta sempre qui accanto, ma adesso lascia spazio a tante altrecose e non è più la più importante.M'è venuta fame, un fame da lupo. Meglio che mi sbrighi, non vorrei che su alrifugio finissero la polenta ed il formaggio. Mi sembra perfino di sentire ilprofumo di qualcosa che cuoce alla brace, ma sono certa si tratti di unmiraggio culinario. Non importa, l'essenziale è muoversi e farlo il primapossibile. Ho perduto fin troppo tempo dietro alla mia indolenza perconsegnarle altri istanti della mia giornata.Mi infilo le calze e poi, dolorante, gli scarponi senza mai smettere diguardarmi attorno estasiata, stranamente ed imprevedibilmente felice. Chi l'avrebbe mai detto?Alzo il mio stanco fondoschiena dalla poltrona di roccia che m'ha sostenuta,afferro il mio bastone e mi rimetto in cammino. Il dolore e la fatica si fannosubito riconoscere eppure qualcosa è cambiato, ho il sorriso sulla faccia ed unentusiasmo che non mi conoscevo. Ancora pochi minuti e sarà alla baita, anchese ormai ho capito che il mio viaggio è appena iniziato.FABIO SELINI




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PER CASO. "UN'ORA TRASCORSA NELLA PIAZZA DI BORNO"
post pubblicato in Diario, il 10 settembre 2010


PER CASO
Il mio ghiacciolo alla menta sta gocciolando sulle
dita mentre seduto sul muretto della fontana mi
guardo in giro osservando questa piccola piazzetta.
Un gruppetto di adolescenti ride, alcuni anziani
vestiti con abiti da montagna camminano rapidi,
un vigile sorride ad una bella signora, genitori
orgogliosi spingono passeggini.
Ci sono capitato quasi per sbaglio ed ora mi sembra
normale starmene qui tra la piccola folla che
passeggia tranquilla. Non tutte le cose belle capitano
volontariamente o perché le si pianifica, a
volte succede semplicemente di trovarsi in posti
speciali senza che nulla te lo facesse presagire.
A volte, basta sentire il bisogno di fermarsi, di
bere qualcosa o semplicemente di sgranchire le
gambe e ti ritrovi catapultato in una realtà che
altrimenti non avresti mai conosciuto.
Oggi è capitato a me, per sbaglio, per caso …per
fortuna. Me ne stavo in auto da ore salendo lungo
i tornanti con un sole che batteva insopportabile
sul lunotto, l’aria condizionata sparata
al massima velocità mi si appiccicava addosso
sgradevole mischiandosi al sudore.
“Ho bisogno di fare una sosta” mi sono detto
mentre leggevo il cartello stradale che indicava
il paese di Borno. “Si, mi devo assolutamente
fermare” ho ribadito continuando a parlare da
solo mentre dall’autoradio una canzone di Mina
riempiva l’abitacolo. Mi capita spesso di chiacchierare
con me ad alta voce quando viaggio, mi
faccio compagnia. Certo, non è normale, ma è
piacevole conversare con uno che conosci, che ti
sta simpatico e che solitamente ti da ragione.
A Borno c’ero stato da bambino in vacanza con
i miei genitori e di quel posto avevo un ricordo
confuso e lontano. Non potevo dire di rammentare
i particolari di quella villeggiatura, ma mi
ritornarono alla mente alcuni ricordi confusi,
brandelli di profumi e sapori. Non sarebbe stato
male provare a rintracciare quelle sensazioni,
anche solo per qualche secondo.
“Mi bevo qualcosa e poi riparto” ho pensato
mentre mettevo la freccia e parcheggiavo. Dall’automobile
alle mie spalle arrivò un concerto
di clacson e guardando nello specchietto retrovisore
potei intravedere la faccia rancorosa del
conducente che mi riempiva di simpatici e delicati
complimenti.
“Fermati pure tu e datti una calmata” pensai mentre
lui, ignorando il mio invito, se ne sgommava
lontano facendo sputare fumo nerastro dalla marmitta
della sua enorme autovettura.
Percorrendo le viuzze strette, seguendo un richiamo
lontano nel tempo della mia memoria, mi ritrovai
nella piazza. Alcuni flashback mi attraversarono
la testa come lampi in una notte di temporale: io
che tengo per mano mio padre e vado a comprare
il chinotto al bar, mia madre che esce dalla chiesa,
il fresco sotto i portici, la gente che passeggia.
Sono rimasto fermo inebetito per molto tempo prima
di riprendere un minimo di lucidità, prima che
mi accorgessi che la vita continuava tutt’intorno.
Era tutto lì come lo avevo lasciato quasi trent’anni
prima ed ora magicamente ritornava a far parte
della mia vita.
Non potevo andarmene immediatamente, dovevo
godermi completamente quella strana sensazione
che per caso avevo incontrato in un’anonima mattina
d’estate.
Gli eventi non capitano mai per caso, c’è un filo
sottile che li lega, una trama misteriosa che conduce
ad incontri inspiegabili.
Seguendo inconsciamente uno di questi spaghi mi
ero imbattuto nella piazza di Borno ed ora mi ritrovavo
a far parte della gente che passeggiava
tranquilla; da estraneo visitatore mi stavo trasformando
in villeggiante, vacanziero, abitante.
Questo è il segreto di alcuni luoghi di villeggiatura,
ti fanno sentire in un posto speciale e allo stesso
tempo a casa tua. Borno è così, un luogo inusuale,
ma semplicemente famigliare.
Famigliare come questa piazza che osservo e che
sento ogni secondo più mia. La sua chiesa vigila
dall’alto mentre il campanile alle sue spalle pare
una sentinella addetta alla sua sorveglianza, la
balaustra che circonda il sagrato, invece, sembra
proteggerla e allo stesso tempo accoglie i fedeli
aprendosi alla scalinata.
Sono al centro di tutto, come al centro di tutto si
trova questa fontana antica che testimonia d’essere
ancora viva e vegeta sputando acqua gelida dai
mascheroni di pietra. Chissà da dove viene quest’acqua
che sgorga frizzante fino a ricadere nella
grande vasca ottagonale? Probabilmente dall’alta
montagna, incanalata fin qui per fare compagnia
alla gente che le passa accanto dandole occhiate
confidenziali.
Ho le dita appiccicose, oramai è rimasto sono il bastoncino
di legno mentre il ghiacciolo è completamente
sparito. Immergo le mani nell’acqua fredda
mentre piccoli brividi mi percorrono la schiena.
Sotto i portici i vacanzieri si mischiano e si confondono
con gli indigeni locali, difficile capire se quella
signora anziana con il foulard al collo sia del
posto o una turista, impossibile comprendere se
quel ragazzo che legge un giornale sportivo sia un
abitante di Borno o un vacanziero, arduo scremare
le ragazze che passeggiano leggere tra native o
ospiti. In realtà non importa a nessuno, ognuno si
gode questa piazza per quello che è, per quello che
può dare. Un giornale, un bicchiere di vino, una
chiacchiera, una piccola spesuccia, un souvenir e
perché no, un ghiacciolo alla menta che si squaglia
tra le mani.
l visi delle persone che osservo dalla mia postazione
privilegiata mi sembrano famigliari, sorrisi
aperti incrociano il mio sguardo sempre meno
stranito e sempre più coinvolto e partecipe.
Alzo la testa. Le montagne attorno sono lì sopra immobili
ad osservare la vita che trascorre in questo
piccolo universo racchiuso tra i palazzi; sembrano
non voler disturbare la vita degli uomini, discrete e
allo stesso tempo protettive, enormi e riservate.
Sto bene qui, vorrei trascorrerci più tempo, non
essere costretto a continuare il mio itinerario
che mi porterà lontano. Favoleggio di poter affittare
una camera e trascorrerci qualche notte,
mangiare un piatto locale, bere del vino corposo,
chiacchierare con qualche pensionato in villeggiatura,
scherzare con il parroco. Non sarebbe
male, anzi sarebbe proprio bello.
Il trillo crudele del cellulare mi sveglia da questo
sogno ad occhi aperti. “Arrivo!” dico scocciato alzandomi
dal muretto della fontana. Devo ripartire.
Sono in ritardo, sempre in ritardo. Come si fa a
vivere una vita sempre cadenzata dalle lancette
dell’orologio e da tempi decisi da altri?
Inutile filosofeggiare adesso, devo proprio muovermi.
Un refolo di vento si infila tra i palazzi e mi accarezza
il viso quasi che Borno volesse salutarmi
cordiale. È’ un “Ciao”, no meglio un “arrivederci”,
di certo non un “addio”.
Riprendo a camminare ripercorrendo i passi del
mio arrivo, una ragazza incrocia il mio sguardo
e sorride. Mi illudo che sorrida proprio a me.
Prodigio della mia vanità e di questa mattina
d’estate trascorsa in una piazza speciale.
FABIO SELINI




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FRANCO BARESI
post pubblicato in Diario, il 10 settembre 2010


Franco Baresi corre sul campo di terra polverosa chiazzata da qualche ciuffo d’erba cresciuto quasi per sbaglio. Osserva il movimento degli attaccanti avversari più che il percorso del pallone che disegna traiettorie a volte imprevedibili altre invece decisamente banali.

Il suo obbiettivo è sempre il solito, mantenere la difesa in linea e non permettere a nessuno di passare da quelle parti senza fare la figuraccia di finire in fuorigioco. Sembra uno di quelli strani animali che hanno gli occhi indipendenti e permettono di scrutare più punti nel medesimo attimo, un camaleonte con la maglia a righe rossonere. Non gli scappa nulla e tiene tutto e tutti sotto controllo. Elegante e sicuro dirige i suoi uomini come una specie di generale, un condottiero in pantaloncini e scarpette chiodate che se ne sta serio e sicuro in mezzo alla linea difensiva. Di qui non si passa, sembra dire con piglio serio ed il sorriso beffardo di colui che sa di poter raggiungere i suoi obbiettivi e mantenere le promesse. Dietro di lui il portiere guarda le sue spalle con la certezza che non potrà succedere nulla di compromettente ed irreparabile. Alla sua destra il difensore roccioso e fedele mentre alla sua sinistra il terzino pronto a scattare rapido e letale.

Tutto è perfetto e tranquillo, sotto controllo come sempre.

È bello vederlo lì ritto e pronto a far scattare la sua trappola, a colpire gli attaccanti ignari che saranno inevitabilmente ridicolizzati. Se poi le cose dovessero andare storte, non ci sono problemi, basterà alzare il braccio ed intimare al guardalinee di sbandierare l’inesistente offside. Così si fa, così funziona, così deve andare una volta per tutte, una volta come tutte le altre.

È bello vederlo giocare, si rimane quasi ammirati dalla sua sicurezza.

Io contro Franco Baresi c’ho giocato veramente, non a San Siro e nemmeno al Bernabeu, ma all’oratorio di Sacro Cuore.

“Ecco il solito megalomane racconta balle” direte voi affermando giustamente che non si ha notizia di alcuna partita che abbia avuto come protagonista il celebre capitano dell’invincibile Milan di Sacchi prima e di Capello poi.

Ed invece è andata proprio così.

Franco Baresi ha giocato sul nostro campo per una memorabile ed irripetibile partita.

Faceva caldo quel pomeriggio di quasi vent’anni fa, il sole cocente dell’estate non dava tregua a me ed agli altri folli che avevano deciso di giocare l’ennesima partita su quel campetto conosciuto passo dopo passo, tiro dopo tiro, gol dopo gol, fallaccio dopo fallaccio. Quel pezzo di terra era casa nostra, il posto migliore dove incontrare gli amici e sfogare un po’ di sana voglia di vivere frustrata dalle ore trascorse sui banchi di una scuola che ci stava un po’ stretta.

Enrico Raccagni non giocava mai a calcio, la sua malattia gli impediva di rischiare di farsi male. Un gran bel problema per uno che amava alla follia il calcio, uno che festeggiava le vittorie del suo Milan imbandendo tutta la facciata di casa sua con un enorme bandierone a righe rossenere.

Enrico Raccagni quel pomeriggio di ormai tanto tempo fa era Franco Baresi. Indossava quella maglia a strisce dalla quale spuntava una prominente pancetta bellamente esibita e dai pantaloncini uscivano due inaspettate cosce da vero calciatore. Capelli bel pettinati e un filo di barbetta a sporcare quella faccia spesso sorridente.

Più che giocare, parlava, più che cercare di far gioco, scherzava. Più che giocare a calcio, dava un sonoro calcione alla sua malattia.

A volte sono i piccoli gesti che assumono grandi significati; magari non per gli altri che vivono il questo momento ignari non contano nulla, ma per chi carica di significato una propria scelta ecco che quell’esatto istante diviene incredibilmente profondo e simbolico.

Non so chi si ricorda di quel mach tutt’altro che straordinario tra amici, ma io non posso dimenticarlo. Enrico che facendosi beffa dei premurosi consigli dei genitori decise di indossare la divisa da calciatore e sbattersene una volta per tutte di un destino che voleva vederlo obbligato a fare poco o nulla, o peggio non fare quello che voleva, quello che sentiva un ragazzo di diciottoanni. Perché a quell’età hai tutto il sacrosanto diritto di sentirti libero da costrizioni, d’immaginarti invincibile e perché no immortale. E allora, vadano a quel paese le poche piastrine, i problemi di coagulazione ed il rischio di farsi male davvero. Tanto gli amici con i quali giochi lo sanno di non entrarti duro, di evitare gli scontri. Nessuno di quelli che stanno sul campo vuole farti male, anzi è contento quanto te di vederti sgambettare un po’ impacciato a dirigere metaforicamente la tua difesa. Che spariscano per qualche ora i problemi con i quali hai avuto a che fare per un’intera vita e che rischiano di limitartene il resto.

Fare quel diavolo che ti pare! Questa è vita, vita da ragazzo.

Il tempo delle cure e delle premurose raccomandazioni di papà Tomaso e mamma Lucia tornerà inevitabilmente, ma almeno per un po’ Enrico voleva dimenticarsele o almeno metterle in un cassetto e non doverci fare i conti ogni secondo. Era stata una decisione a lungo vagliata e discussa, una scelta non facile che rispondeva al bisogno di essere come tutti e nulla più, un ragazzo che gioca a calcio come tanti altri.

Una scelta semplicemente complicata.

Alla fine aveva deciso e si era lanciato. Ma si che vuoi che possa succedere ….

Ed io, Stefano e gli altri a stupirci per quello che stava succedendo, noi poco più che adolescenti che non comprendevamo appieno qual’era il problema di Enrico, che lo ritenevamo una cosa perfino marginale. Emofilia? E che sarà mai! A quell’età non è normale (e nemmeno giusto) pensare che si possa morire per una malattia come quella, che si debba gestire la propria esistenza tarandola su qualcosa che non funziona nel sangue. Ma stiamo scherzando?

Colpa della nostra genuina ed inevitabile stupidità giovanile, ma anche “colpa” di Enrico che ha sempre vissuto la sua vita nella maniera più normale possibile, rendendo leggero agli occhi dei suoi amici il peso gravoso che lo zavorrava.

Che c’è quindi di strano se Enrico gioca a calcio? Nulla! È un ragazzo come gli altri e gli va di fare due tiri, di emulare le gesta del mitico Capitano.

Corre, corre, corre … poi si ferma sbuffa e ride. Mi guarda e tanto per cambiare mi prende in giro. Vorresti strozzarlo ed allo stesso momento abbracciarlo perché lui è fatto così: non ti lascia mai stare, trova il modo di mettersi in relazione anche su un campo di calcio sotto un sole che fa morire.

Prendo palla a metà campo e mi avvicino all’area avversaria. Franco Baresi mi aspetta pochi metri più in là e sorride. Che avrà da ridere questo qui? Adesso faccio uno scatto e lo brucio, poi voglio vedere se ride ancora. Mi fermo, stoppo la palla e poi parto all’improvviso. Franco Baresi mi scorre accanto prima di lasciamelo alle spalle, tiro … fuori.

Mi giro e sbuffo con le mani sui fianchi. Enrico Franco Baresi sogghigna beffardo. Lo guardo storto e lui capisce che non è il caso di infierire, fa una smorfia delle sue ed alza le mani in segno di resa come a chiedere scusa.

Come fai a non volergli bene?

“Ma va …. Enrico” gli passo accanto scocciato e divertito.

Dopo un’ora la partita finisce. Una delle tante, una delle uniche.

Non ho mai saputo se Tomaso e Lucia sapessero di questa sua digressione, se avessero coscienza di quello che faceva su quel campo il loro delicato e fortissimo figliolo. Non ne abbiamo mai parlato, perché nonostante tutto e nonostante gli anni che scorrono (e corrono) parlare di lui fa ancora inumidire gli occhi.

Ma diavolo santo! Era bello vederlo divertirsi completamente estraneo al gioco in quel pomeriggio di tanto tempo fa.

Lui che, emulo indiscusso del suo idolo Franco Baresi, impartiva direttive sul fuorigioco a compagni che stavano giocando “a sette” (dove il fuorigioco è praticamente inesistente).

Ma se sei Franco Baresi, anche solo per sessanta minuti, fai le cose come si deve anche se di fianco a te non hai Tassotti e Maldini, ma Fefo e Pozzi. Tutto dannatamente serio e dannatamente divertente.

E allora Selo che arriva incontro palla al piede diventa a suo modo Gigi Lentini con la maglia granata addosso, Efrem è Nicolino Berti e Stefano Vietti è Giovanni Galli da Pisa.

Si gioca nel gioco, si ride del momento senza grossi patemi ne aspettative. Si sta lì a guardarsi negli occhi, a sfottersi, a ridere per un gol mangiato o un tiro sbilenco ad esultare per un gol che nessuno ricorderà. Non importa a nessuno il risultato e nemmeno chi alla fine andrà a vincere. Chi se ne frega.

Enrico corre, corre e ride, corre e prende palla, la stoppa e alza la testa come fa Franco Baresi e poi fa un gesto come ad impartire l’ennesima direttiva prima di lanciare qualcuno sulla fascia. Forse è il giovane Paolino Maldini o molto più probabilmente è Macho. Non importa, non è indispensabile.

Sogni, magia e realtà fondono in questo pomeriggio speciale rimanendo per sempre impressi nella mia memoria e nel ricordo di alcuni dei protagonisti. Nulla di straordinario, direte voi che non eravate presenti. Forse avete ragione e la morte di una amico rischia di mitizzarne le gesta, spesso i ricordi lontani assumono una patina di leggenda. Che male ci sarebbe? Ricordare donando significato è un privilegio di coloro che possono farlo, che sanno dare il valore appropriato alle loro memorie. I ricordi sono pepite preziose dalle quali è stupido separarsi, inutile fuggire. Meglio conservarle, lucidarle ogni tanto e provare a riportarle allo splendore dei tempi belli.

Forse avranno ragione gli scettici e gli inguaribili cinici affermando che è stata semplicemente una partita tra ragazzi un po’ annoiati … o forse no. Ognuno tragga le sue condivisibili conclusioni, non ho la volontà di vendere per epico il racconto di un mio ricordo. Di sicuro posso dire che pur avendo giocato nella mia modestissima vita da mediocre calciatore di oratorio migliaia di partire quella contro Franco Baresi resterà per sempre impressa come i momenti più belli e toccanti mai vissuti su un campo di calcio.

Ecco perché tornare ogni tanto a visitare quel campo mi carica di emozione. Non me ne vogliano gli attuali protagonisti del Memorial se dico che non sono loro a farmi tornare ogni estate su quel campo spelacchiato arato da centinaia di scarpe con i tacchetti quanto piuttosto il piacere doloroso ed infinitamente delicato di socchiudere gli occhi e rivedere in quell’esatto punto, davanti all’area di rigore ad impartire direttive strampalate e ridere divertito un mio caro AMICO che mi manca ancora moltissimo.

(FABIO SELINI)

 




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DIFFERITA
post pubblicato in Diario, il 10 settembre 2010


Fuori piove e tira un vento gelido che ti fa dimenticare che da quasi un mese è arrivata la primavera. Si sta bene in questa taverna calda seduto su una comoda poltrona insieme ai miei amici. In realtà non ci volevo venire, ho guardato decine di volte fuori dalla finestra osservando le secchiate d’acqua che scendevano provando a convincermi che non era il caso d’uscire. Chi me lo faceva fare di camminare per un paio di chilometri sotto il diluvio per andare a vedere una partita di pallone in tv? In fin dei conti potevo starmene in casa e seguirla distrattamente dal mio televisore. E poi gioca il Milan, non il mio Toro. Chi se ne importa di Sacchi, Van Basten e Gullit?

Eppure nonostante tutto ora sono qui, con le scarpe zuppe d’acqua, seduto accanto ai miei soliti amici … quelli che vivono di pane e calcio, quelli un po’ sfigati che non frequentano poi tanto assiduamente le ragazze, quelli che per ora hanno un dannato e meraviglioso universo limitato. E chi se ne importa, mai stati meglio in vita nostra. Almeno così sembra a noi. Amici, calcio e goliardia … il resto può aspettare ancora un po’.

La partita è di quelle che contano, una semifinale di coppa campioni. Il Milan gioca a Monaco di Baviera contro il Bayern dopo aver vinto solamente per uno a zero all’andata.

Mi guardo attorno, saremo quasi una ventina di anime perdute. In prima fila, davanti alla tv, ci stanno di diritto i milanisti, padroni di casa e delle emozioni che stanno vivendo, alle loro spalle come da tradizione stazionano minacciosi i gufi juventini e interisti pronti a portare rogna e godere in caso di sconfitta rossonera, più defilato ci sono io che tifo Toro e che dunque non faccio testo (non mi considera nessuno) ed Enrico, il padrone di casa. Ovviamente la casa non è la sua, ma dei suoi genitori che però io nemmeno conosco. Credo di averli visti si e no una volta, un sorriso un saluto educato e poco altro. Mai stato in casa loro, piuttosto sono un frequentatore assiduo di questa taverna, piccolo stato indipendente dove regna Enrico. Ci vediamo le partite, ci facciamo merenda, ci cazzeggiamo spesso e volentieri.

Le luci sono basse ed il volume troppo alto inonda le orecchie, si fa fatica persino a parlare. C’è elettricità nell’aria, si respira agitazione mista a quella sofferenza che precede ogni partita importante. I milanisti sognano un’altra finale dopo quella di Barcellona contro lo Steaua e qualcuno (quelli più audaci), seppur scaramanticamente, sta già organizzando la trasferta a Vienna. Vienna, il Prater, Baresi che rialza la coppa. Che meraviglia sarebbe.

Ma la cosa davvero curiosa di questa sfida è che la vedremo in diretta-differita. Fino a qualche mese fa eravamo abituati a vedere le dirette sulla Rai, ma adesso Canale5 si è impossessato delle partite internazionali del Milan, ma non ha ancora l’autorizzazione a trasmettere in diretta e quindi il mach viene proposto con una sorta di differita di cinque minuti sull’effettivo svolgimento del mach. Insomma quello che accade all’Olimpiastadium noi lo si vede qualche minuto dopo. Surreale direi, perfino assurdo. Prodigi della tv, se così possiamo dire. Una differita spacciata per diretta, una diretta …. indiretta.

Intanto che aspettiamo si mangia e si beve un po’, qualcuno (milanista, ovviamente) non riesce a mandar giù nulla e se ne sta avvinghiato alla poltrona in silenzio con la faccia tesa e gli occhi lucidi. Intorno, c’è una piccola festa fatta di risate, birra e pizza, ma loro non sembrano farci troppo caso. Inutili fronzoli, superficiale introduzione. In fin dei conti li capisco, dopo anni di sofferenze hanno finalmente uno squadrone che li può ripagare di mille delusioni. Se la finale dell’anno precedente è stata puro godimento innocente, una specie di lampo di piacere infinito, quest’anno immaginarsi di nuovo in cima all’Europa è una sorta di necessità, un bisogno fisiologico, una gioia adulta e consapevole. Questa volta hanno tempo per metabolizzare, per comprendere quello che sta capitando e tutto sembra molto, molto, molto più piacevole.

Finalmente dopo milioni di minuti di pubblicità, inizia la partita o meglio inizia per noi perché in Baviera stanno dando calci ad un pallone già da 300 minuti. A Monaco c’è un tempaccio della miseria e si capisce che fa freddo, il campo è così così. Sarà una battaglia, ‘sti tedeschi non molleranno facilmente.

La partita non è granché e sembra destinata allo zero a zero. Qualche milanista si sente già in tasca il biglietto per il Prater e si immagina ebbro di gioia a festeggiare per le vie di Vienna. Accanto a me Enrico impreca e soffre con indosso un orribile cappellino con le treccine di Gullit. Va di moda tra i milanisti, è un semplice cappello da baseball ma dietro spuntano decine e decine di trecce nere a fare il verso dell’acconciatura reagge dell’olandese. Quello di Enrico è però diverso da tutti (e ti pareva) perché non è stato acquistato sulle bancarelle dello stadio di San Siro, ma fatto a mano dalle sapienti e pazienti mani di chi gli vuole bene e sopporta e supporta questa sua sana follia. Prima il bandierone a coprire l’intera casa, adesso le treccine e via così all’infinito.

Poi un lampo, una coltellata: gol di Strunz. Uno a zero per i tedeschi.

“Tutto da rifare” dice l’esagitato commentatore.

I milanisti impietriti sulle loro poltrone se ne stanno lì ad imprecare a denti stretti ed a fare riti scaramantici accompagnati da silenziose preghiere laiche. Tutto è lecito in queste occasioni, tutto diventa necessario.

Anche Enrico non è più tanto tranquillo e rilassato come lo è stato fino a pochi minuti prima. Ha perso in un baleno lo smalto del vincitore e patisce come un qualsiasi tifoso in difficoltà. Lo guardo e ci vedo me che patisco praticamente da sempre per il mio Toro ed un po’, lo ammetto ci godo. Vedere quelli forti che soffrono è un esercizio condivisibile e perfino legittimo. Certo, non mi esalto come fanno certuni miei amici qui accanto che palesemente sfottono i poveri milanisti in ambasce. Non è colpa loro, un po’ li capisco, se non vinci in Europa da tre decenni o peggio non hai mai vinto perché Maghath ha tirato un bolide da duecento metri e Zoff non l’ha visto entrare … beh … un po’ di rancore lo provi di fronte a ‘sto squadrone rossonero che vince facilmente e realizza i tuoi sogni.

Supplementari. Si va ai supplementari con l’incubo di arrivare ai rigori e lì si sa non conta più nulla se non una buona dose di fortuna (eufemismo). I milanisti non ci vogliono assolutamente arrivare. Quando sei più forte non ti puoi permettere di rischiare affidandoti alla fortuna, ti tocca far si che questa non centri nulla con la tua ventura. Vinci perché devi e puoi farlo, il resto conta zero.

Nella pausa Enrico si alza uscendo dalla taverna.

Gli domando “Dove vai che tra due minuti inizia il primo supplementare?”.

“In bagno” dice laconico senza convincermi. Ha la sua solita faccia sorniona con un mezzo sorriso mascherato da smorfia.

Vorrei approfondire, ma non mi sembra il caso. Uno avrà pur il diritto di andare in bagno senza essere indagato.

Sparisce per qualche minuto poi torna agitato. Ovviamente ironizzo sulle sue abitudini intestinali anche se inizio a comprendere che in bagno non c’è stato per i consueti motivi tradizionali.

“Ma dove t’eri cacciato? Il primo tempo supplementare è già cominciato, te lo sei perso!” dico stupito ed incuriosito.

“Non l’ho perso” mi dice sorridente.

Allora capisco e sorrido insieme a lui senza che il resto del piccolo mondo che ci sta attorno ne sappia nulla.

Pochi secondi dopo, come tarantolato, si rialza. Me ne accorgo solo io, gli altri ormai hanno gli occhi fissi alla tv.

Fuori piove un po’ meno anche se qua dentro pare non importi a nessuno. Siamo tutti lì all’Olimpiastadium … tranne Enrico che è … in bagno, di nuovo.

Poi un urlo sovrumano squarcia l’atmosfera e inonda coprendola la voce del telecronista.

Ci voltiamo tutti verso la porta e vediamo sbucare Enrico esultante con le mani strette a pugno e la bocca serrata in una smorfia di piacere.

“Gol! Gol! Gol!” urla scendendo i pochi scalini che lo dividono dalla platea esterrefatta.

“Borgonovoooooooooooooooooo!”.

I ragazzi continuano a guardarlo senza capire. No, non ha segnato nessuno, la tv dice che sono ancora uno a zero per i tedeschi. Si sono talmente abituati alla finta diretta da non ricordare che qualche centinaio di chilometri più a nord la partita reale è avanti di cinque minuti. E diavolo santo, Borgonovo ha segnato davvero!

Enrico ha passato praticamente tutto il tempo in bagno ad ascoltare la radio che trasmette, lei si, in diretta. La vecchia amata radio che non si presta a sotterfugi e bizzarrie commerciali, quella che ha la pecca di non farti vedere le immagini, ma il pregio di fartele immaginare.

Il gol di Borgonovo, Enrico, se l’è goduto istantaneamente senza aspettare la stupita mediazione del tempo. Non si può attendere un’emozione e nemmeno posticipare una gioia. Bisogna viverla nel momento che nasce e tenersela stretta finché dura. L’attesa è per i deboli di cuore, per i pavidi non per chi come lui ha intenzione di assaporare ogni attimo.

In questa stanza sotterranea c’è confusione. Qualcuno non gli crede, altri festeggiano, altri ancora imprecano (chissà per chi tifano?).

Enrico passa cinque minuti buoni a convincere gli scettici e scusarsi con chi s’è sentito defraudato di un’emozione. Ma come si fa a tenersi dentro una gioia così? È festa vera e allora si festeggi! Alla faccia dei cinque minuti di differita che illudono creando una falsa realtà.

Poi anche la tv mostra la rete. Scatto sulla linea del fuorigioco di Borgonovo e gol in pallonetto. Milan qualificato. Si va a Vienna a vincere o perlomeno a provarci.

Questa sera di mezza settimana e d’inizio primavera è una come tante eppure ha qualcosa di speciale ed unico, è uno di quegli attimi che inevitabilmente ed inspiegabilmente rimangono impressi. Non è il gol e nemmeno la festa rossonera a renderla speciale, quanto piuttosto l’energia sprigionata da quel pazzo del mio amico, la voglia di vivere il momento che comunica ai suoi amici che non capiscono. Cosa ne sa un diciannovenne della brevità della vita quando sei convinto che duri per sempre, cosa ne sa un diciannovenne di quanto è prezioso un attimo che diventa eterno se ne sprechi a migliaia, cosa ne sa un diciannovenne di quanto sia importante questo momento perché unico ed irripetibile? La fame di vivere, la necessità di non perdere tempo, l’obbligo di godersi ogni istante. Non sai nulla perché non te ne importa, perché pensi non ti tocchi, che non siano argomenti degni di qualsivoglia attenzione. È normale, perfino legittimo. Sei giovane e non pensi di sprecare il tuo tempo, ne hai a bizzeffe.

Forse devi avere un destino segnato ed una malattia che ti fa compagnia da sempre per comprenderlo, forse hai bisogno di dare ad ogni giorno un significato per gustarti l’attimo, forse devi diventare obbligatoriamente adulto se fai i conti con la sofferenza e la morte.

Da quella sera uggiosa sono passati quasi vent’anni eppure quell’urlo strozzato di gioia è ancora presente nella mia memoria come un piccolo significativo mattone che ha edificato la mia crescita personale. Non sempre la consapevolezza arriva dopo grandi meditazioni, viaggi o illuminanti discorsi. A volte capita in un frammento di sera e te la porti con te per sempre. Un esempio leggero offertomi inconsapevolmente da un ragazzo che aveva forse già compreso quanto sia importante dare valore al momento ed alla vita che stiamo vivendo. Ora.

FABIO SELINI




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INDECISIONE
post pubblicato in Diario, il 12 gennaio 2008


 

Mi rigiro tra le mani questa brochure di colore giallo pastello.

“Concorso letterario” leggo sull’intestazione. Mia moglie deve averla trovata in qualche biblioteca e me l’ha piazzata sotto il naso dicendomi “Dai! Fallo, magari vinci”. L’ho sempre detto che confida troppo nelle mie modeste capacità di scrittore dilettante. Santa donna, ma priva del senso della misura.

Riprendo la lettura “Sezione Racconti”.

“Parlano i sensi” è il tema del concorso. Di primo acchito mi verrebbe voglia di accartocciare questo pezzo di carta e gettarlo nel cestino. È un titolo che mi mette a disagio.

Che diavolo significa? Raccontare dei sensi, narrare di sensazioni.

Apro il pieghevole senza convinzione. “Vediamo dove vogliono arrivare questi tizi?” penso mentre inizio a leggere. Sono sempre meno coinvolto. Il testo mi rimanda ad una fotografia poco sotto. La osservo distrattamente mentre continuo a rileggere le poche righe che chiariscono il progetto. In pratica dovrei raccontare quali emozioni e sensazioni mi procura la visione di questa immagine. Le rivolgo maggiore attenzione. Un mare illuminato dalla luce flebile della sera fa da sfondo ad alcuni oggetti tra loro poco famigliari: un palo, una specie di ringhiera in corda ed un tavolino con le gambe ricurve. In distanza s’intuisce la terra ferma.

Ma che sensazioni mi dovrebbe regalare una cosa del genere? Chi ha scattato questa fotografia? E soprattutto, perché l’ha fatto? Non aveva nient’altro da fare? Avrà costruito l’immagine, magari spostando il tavolino dalla sua originaria collocazione oppure era tutto già pronto? Vedendo quest’accozzaglia di particolari ne è stato talmente colpito da sentire l’irrefrenabile necessità di immortalarla in un fotogramma?

Rimane il fatto che questa fotografia è davvero brutta, o meglio che a me non piace per niente. Chissà cosa penserebbe di me l’autore se solo intuisse che qualcuno, seduto sul divano di casa sua, sta biasimando il suo capolavoro. Sono persuaso che per buona parte della gente questo scatto sia bellissimo, unico ed eccezionale. Il suo ideatore sarà senz’altro un’artista e soprattutto una persona ricca di talento, sensibile, immagino perfino delicata. Non lo metto in dubbio, anzi propendo assolutamente per questa tesi. Il problema sono io, che nella mia pochezza artistica di ragazzo di provincia, non riesco a trovarci nulla di speciale. Mea culpa, mea grandissima culpa.

Se dovessi esprimere ciò che mi rimanda questa fotografia, quali emozioni mi trasmette, non avrei dubbi nell’affermare che mi annoia a morte. Il mare calmo, la luce riflessa del sole, quei particolari d’arredamento privi d’interesse e di fascino. Certo, con un po’ di voglia e molta fantasia potrei raccontare una storia; sarei addirittura in grado di lanciarmi in elucubrazioni emotive per descrivere ciò che in realtà non provo. Magari potrei ammaliare la giuria con un racconto strappalacrime o con una dissertazione sulle pene dell’uomo di fronte agli attimi della vita. Anche questa immagine non può sfuggire allo stereotipo: immortalare l’istante fissando eternamente il palpito che fugge inesorabile. Bella invenzione la fotografia, ti da un’illusione d’ immortalità a buon mercato. Basta trovare un soggetto, l’inquadratura, mettere a fuoco e premere delicatamente l’indice. Il resto è carta patinata, inchiostro chimico e cassetti pieni di ricordi a colori. Ma quella nella quale mi sono imbattuto accidentalmente non è una fotografia qualsiasi osservata per caso. No! Questa è l’immagine guida di un concorso letterario. Non posso ignorarla, dovrò farci i conti ogni volta scriverò una parola del mio testo.

Ma cosa scrivere? Chi ha proposto quest’immagine si aspetta risposte positive, eruzioni di suggestioni, pagine accorate e dense di significati. Sarebbe quindi saggio andare sul sicuro e provare a generalizzare l’argomento con spunti casualmente profondi; di solito piace. In fin dei conti si tratta pur sempre di un concorso e per esperienza so quanto sia saggio proporre un testo ruffiano piuttosto che uno spigoloso. Il problema grosso è che non mi va, che continuo a sottovalutare i messaggi subliminali che l’immagine mi dovrebbe rimandare. Ah, se conoscessi i giurati, sapessi i loro gusti, le loro inclinazione, le passioni che li animano. Sarebbe tutto più facile. Scriverei in base ai loro profili umani e professionali. Un dubbio mi assale mentre penso ai componenti della commissione esaminatrice: che in mezzo a loro ci sia anche l’autore dello scatto? Se così fosse, beh … sarei fregato sin dalle prime righe. Verrei subito sgamato, ripudiato nella mia scelta di raccontare subdolamente emozioni mai provate.

Faccio un sforzo di volontà combattendo contro la voglia di lasciare perdere tutto e accendere la televisione per seguire qualche programma idiota del pomeriggio. Non mi sento in vena di racconti epici e di approfondimenti emotivi. Ciò nonostante, proseguo a leggere il volantino alle ricerca di spunti ed appigli che la fotografia non mi trasmette.

Ci sarà pur un modo per scriverne? Mi accontenterei di un’idea, perfino di un’ispirazione simil-divina.

Lì accanto il telecomando ammicca tentatore.

“Forza provaci” mi dico mentre recupero il mio blocco appunti “Vediamo quello che sai fare”. Sta diventando una sfida; resistere alla tentazione di snobbare definitivamente quell’immagine o gettare tutto nel cestino.

La penna inizia a scorrere sulla pagina a quadretti “Mentre il sole della sera lambisce le fiancate della barca, mi ritrovo a pensare a quanto sono legato all’elemento terra, a quanto io uomo di pianura mi senta sperduto su questo guscio di noce che solca il mare …”.

No. Non ce la faccio. Sto mentendo, rischio di essere banale e dannatamente artefatto. Meglio lasciar perdere. Chiudo il mio blocco e getto la penna poco distante. La fotografia continua a guardarmi silenziosa ed inespressiva. Prendo tra le mani il telecomando e accendo la televisione; alcuni ragazzi litigano senza che ne comprenda il motivo.

Ripiego la brochure e la poso sul cuscino lì accanto. Ci riproverò domani, o forse mai. In fin dei conti basta aspettare che scada il termine del concorso.




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IL VOTO
post pubblicato in Diario, il 27 dicembre 2007


 

Il sole cocente di luglio li aveva perseguitati per tutto il viaggio battendo inesorabile sulle loro teste protette da improbabili cappellini da baseball. Le braccia scoperte e le schiene oramai friggevano arrossate per la lunga esposizione ai raggi solari. Finalmente erano arrivati a destinazione ed il tramonto dava riparo e sollievo; una leggera brezza rinfrescava l’aria torrida dell’ennesima giornata calda di quest’estate che non dava tregua. Scesero dalla bicicletta con il fiatone ed il sudore che gocciolava dai loro visi formando piccoli ruscelli che si perdevano tra le pieghe delle loro rughe. Le gambe facevano male, l’acido lattico aveva fatto il suo crudele dovere. Cinquanta chilometri in bicicletta non erano uno scherzo soprattutto per due ultracinquantenni con qualche chilo di troppo, una vita sedentaria e nessuna preparazione fisica. Paolo e Giovanni, però, erano arrivati a destinazione anche questa volta. Si guardarono e sorrisero compiacendosi di loro stessi.
“Anche questa volta ce l’abbiamo fatta!” disse Paolo rivolgendosi più a se stesso che all’amico.
“Io il prossimo anno non ci torno … basta con queste cose, sono troppo vecchio” replicò polemico Giovanni.
Entrambi sapevano che questo proposito non sarebbe stato rispettato, che quell’affermazione era figlia dell’immane stanchezza e della sua consueta verve polemica. Poi, per un lungo periodo i due stettero immobili a fissare il tramonto che rendeva magico il profilo del castello che si ergeva imponente di fronte.
Immersi nella campagna silenziosa con il solo rumore dei loro respiri ancora ansimanti a fare da colonna sonora si godettero per l’ennesima volta questo spettacolo.
“Bello Vero?”
“Stai zitto un attimo Paolo!”
Oramai erano trentacinque anni che vivevano quest’esperienza ed ogni volta sembrava nuova, diversa, forse migliore.
Un vecchio voto li aveva obbligati a tornare in questo posto ogni 15 di luglio; avevano provato a sottrarsi all’obbligo, a fingere che non fosse importante, ma il richiamo era stato troppo intenso. La prima volta era stata nel lontano 1971 ai tempi degli esami di maturità. Compagni di classe e amici per la pelle avevano affrontato questo appuntamento con timore e con la netta sensazione di non potercela fare. Per troppi anni si erano barcamenati, avevano vissuto alla giornata senza mai pianificare l’impegno scolastico. Ma quegli esami erano l’ultimo banco di prova, il vero spartiacque delle loro giovani vite. Così, in un pomeriggio di studio affannato e disperato, alla ricerca di recuperi di preparazione miracolosi, si erano promessi che in caso di promozione avrebbero compiuto questo pellegrinaggio estremo per il resto della loro vita. Avevano scelto il luogo casualmente ricordandosi di quel castello visitato distrattamente durante una gita scolastica. Era un modo per esorcizzare la paura, per appigliarsi a qualcosa di soprannaturale che desse loro nuova forze e rinnovata speranza. Superato miracolosamente l’esame, si ricordarono del voto fatto e inforcando le biciclette erano andati nel luogo del loro personale pellegrinaggio.  Tutti gli anni il viaggio si era poi ripetuto nonostante i mille impegni di una vita che era diventata sempre più complicata ed impegnativa. Paolo avvocato affermato e Giovanni impiegato alle poste, però, non avevano mai mancato all’appuntamento decisi a rispettare all’infinito l’impegno con se stessi.
“Per quanti anni credi riusciremo a venire in questo posto?” chiese Giovanni che ancora non aveva ripreso a respirare normalmente.
Paolo fissando il profilo del castello che gradualmente scompariva nel buio della notte rispose “Per sempre amico … per sempre”, poi sorrise e senza nemmeno guardare il compagno si diresse verso un piccolo giardino ai piedi della costruzione medievale.
Non c’erano bisogno di altre parole, la liturgia dell’avvenimento aveva ritmi e rituali stabiliti, stereotipati, immutabili.
Appoggiarono le biciclette ad un albero ed in silenzio montarono una piccola tenda canadese; recuperarono della legna , accesero un piccolo fuoco e si sedettero a fissare le fiamme. Godendosi il silenzio rotto dal crepitio del falò Paolo estrasse dalla tasca un piccolo spinello e l’accese. “Vuoi?” disse passandolo all’amico.
“Ancora con queste cose a cinquantanni?” protestò l’altro. Poi quasi meccanicamente lo prese e tirò una boccata aspirando quel fumo aromatico giù fino ai polmoni.
Ora la ritualità era stata completata, tutto era perfetto e immutato da sempre. Si guardarono in viso e per un attimo ad entrambi sembrò di scorgere nell’altro quell’amico diciottenne di tanto tempo fa.
“Forse sarà l’effetto della marijuana” si trovarono a pensare sorridendo.
Il castello, loro unico compagno della notte, era lì a pochi passi immobile e muto. Lui davvero non era mai cambiato nel corso del tempo, uguale a se stesso. (FABIO SELINI)




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IL PRANZO DI NATALE
post pubblicato in Diario, il 17 luglio 2007


 

Viaggiavano da oltre un’ora in silenzio ascoltando l’autoradio.

Con gli occhi fissi alla strada Paolo cercava di non pensare a quello che lo attendeva, a quell’appuntamento sgradevole.

Di fianco a lui accigliata e nervosa Giulia fingeva di sfogliare un giornale nel tentativo di dissimulare il nervosismo che covava da quando erano partiti.

La voce di Samuele Bersani riempiva l’abitacolo senza che nessun dei due lo stesse ascoltando davvero.

Avevano iniziato a litigare appena saliti in macchina anche se in realtà questo scontro era il risultato di una settimana di tensione, mugugni e risentimenti. Si trattava di una questione in sospeso da troppi anni per essere risolta, una vicenda non così importante da scatenare sconvolgimenti di coppia, ma certo capace di indurire gli animi.

Saliti in macchina il marito aveva sbuffato sarcasticamente “Anche quest’anno si va dalla suocera”.

“Cosa vorresti dire? È tutta la settimana che ti lamenti.” aveva replicato stizzita Giulia.

“Nulla amore … nulla”

“Come al solito ti sei messo a fare polemica. È mai possibile che non si possa passare un natale normale in questa famiglia?”

“Non è questa la questione Giulia”

“E quale sarebbe allora?”

“Il fatto è che tutti gli anni da quando stiamo insieme sono costretto a passare le feste in casa dei tuoi”

“Che c’è di male? Non è colpa mia se i tuoi sono morti e mia madre e mio padre ci tengono a trascorrere il natale in famiglia. È una tradizione”

“La vostra tradizione, la vostra tradizione … cara”

“Che vorresti dire con questo? Che non ti fa piacere?”

“Oh diavolo, adesso fai l’offesa. Basta lasciamo perdere!”

“Già lasciamo perdere che è natale!”

Paolo allora aveva preso da un cassettino della plancia un cd e l’aveva infilato nello stereo; da quel momento, per oltre centocinquanta chilometri, i due non si erano più parlati ignorandosi.

Tra meno di venti minuti sarebbero arrivati a destinazione pronti a trascorrere l’ennesimo stereotipato, classico, noioso avvenimento.

Paolo soffriva questa tradizione, tutti gli anni palesava il suo disagio senza essere mai veramente preso in considerazione. Proponeva alla moglie viaggi esotici, vacanze alternative, pranzi intimi, uscite con amici non riuscendo mai a convincerla. Natale, capodanno, l’epifania, pasqua, il venticinque aprile, il primo maggio, il due giugno, ognissanti e persino ferragosto venivano trascorsi in compagnia delle famiglia di lei. Nel complesso della vita di coppia non era una situazione tanto grave; Paolo nel corso degli anni se n’era fatta una ragione comprendendo le necessità della consorte e rinunciando a protestare rassegnandosi all’evidenza.

Quando però le date si avvicinavano non poteva nascondere il proprio disagio palesando un fastidio intenso, una sorta di rifiuto sottomesso, un’insofferenza silenziosa.

Non sopportava i suoceri con i loro riti e le loro usanze, odiava quella casa piena di soprammobili orrendi e di quadri orribili. Per non parlare del resto della comitiva composta da cognati supponenti, cognate insoddisfatte e uno stuolo di marmocchi vocianti sempre pronti a piangere per ogni fesseria ed a creare baccano infernale intorno alla tavola. Odiava anche il cibo che gli veniva servito: sapori troppo piccanti, pietanze ipercaloriche, dolci pieni di creme.

Senza alcun preavviso Giulia spense la radio e riprese a parlare interrompendo il suo volontario silenzio.

“Guarda Paolo che se non ti andava di venire, me lo potevi dire. Se ti fa tanto schifo stare con la mia famiglia potevi startene a casa. Avrei inventato una scusa e sarei venuta da sola. I miei genitori adorano passare le feste insieme ai loro figli e nipoti. Non sarà mica una colpa? Che c’è di male se tua moglie vuole stare con la sua famiglia nelle occasioni importanti?

“Che discorsi fai? Lo sai che non è questo il punto”

“E quale sarebbe all’ora?”

“Lo sai benissimo!”

“No voglio che tu me lo spieghi, se non ti dispiace”.

“Basta Giulia, basta … ti prego piantala di fare l’offesa, la vittima. Cerchiamo di fare le persone adulte e lasciamo perdere questo argomento. Togliamoci dalle scatole questo natale e non parliamone più!”

“Sei veramente un bambino. Come si fa a dire certe cose? Cos’hai contro i miei genitori? Vorrei proprio saperlo!”

Paolo frenò bruscamente fermando la macchina, si girò verso la moglie guardandola fissa negli occhi, stette per un istante in silenzio gonfiandosi i polmoni e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo e la rabbia che covava da quindici anni “Mi stanno tutti sulle palle!!!!!”

Inserì la marcia e riprese il viaggio con una tranquillità riconquistata; adesso si sentiva meglio, svuotato di tutte le tensioni accumulate, quasi esausto ma felice di aver sputato un rospo grosso come un macigno. Sorrise, accese nuovamente la radio facendo ripartire il cd di Samuele Bersani ed iniziò a canticchiare a voce bassa seguendo il testo della canzone “… potrei ma non voglio fidarmi di te, io non ti conosco e in fondo non c’è qualcosa che pensi in quello che dici, sei solo la coppia di mille racconti, leggera leggera, si spegne la fiamma, rimane la cera e non ci sei tu, non ci sei tu, non ci sei tu …”

La moglie sbalordita rimase immobile con la bocca spalancata a fissarlo mentre guidava con quell’espressione beata stampata sul viso.

Pochi minuti dopo arrivarono a destinazione; scesero dall’auto e sfoderando il sorriso delle grandi occasioni si diressero verso il loro meraviglioso pranzo di natale. (FABIO SELINI)


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GIGLIELMO TELL
post pubblicato in Diario, il 16 luglio 2007


 

Camminava con un arco appoggiato sulla spalla e la faretra a tracolla. Li aveva acquistati nel negozio all’angolo e passeggiando tranquillamente per la strada, pensava a come sarebbe stato bello usare questa nuova arma. Lo sguardo perso, l’espressione assente. In quell’istante al mondo c’erano solo lui ed i suoi pensieri di “vecchio ragazzo”. Tirare con l’arco gli era sempre piaciuto; fin da bambino amava costruirne artigianalmente passando interminabili ore ad affilare frecce ed incollare penne di gallo alle estremità. I suoi pomeriggi d’infanzia erano trascorsi in interminabili sfide immaginarie tra lui e gli indiani nascosti dietro le siepi di casa.

La sua passione lo aveva portato, nel corso degli anni, a frequentare varie scuole specializzate. Col passare del tempo era diventato talmente bravo da essere selezionato per disputare i giochi olimpici di Atlanta. A quell’edizione, però, non partecipò a causa di un grave incidente stradale che lo costrinse in carrozzina per oltre sei mesi.

La delusione era stata grande, ma la sua passione era rimasta intatta. Ora, all’età di quarantadueanni, si divertiva ancora a passare le serate al poligono e soprattutto adorava andare a Central Park e competere nelle numerose gare amatoriali che si tenevano tra aprile e settembre.

Convincersi ad acquistare questo nuovo arco era stata impresa ardua. Per oltre vent’anni aveva usato la stessa arma, il mitico Jack, come lo chiamava affettuosamente. Jack non lo aveva mai tradito; sempre pronto a tendersi ed a scagliare dardi al centro del bersaglio. Quante volte aveva pensato che l’arco lo capisse, che potesse comprendere i suoi stati d’animo, che addirittura avesse un’anima. Quell’amico tanto fidato però l’aveva lasciato improvvisamente per cause imcomprensibili ed ingiuste. Colpa di Barbara, la sua ex moglie, che durante un litigio aveva scaraventato il povero Jack fuori dalla finestra, giù in strada; nemmeno il tempo di affacciarsi per vedere dove era finito che un camion della spazzatura lo aveva schiacciato sotto le sue pesanti ruote. Addio Jack. Così, dopo tre mesi a piangere sul latte versato, a sfogliare riviste specializzate e soprattutto a maledire l’ex moglie, si era deciso a chiedere un giorno di ferie per rimpiazzarlo definitivamente, per mettere una pietra sopra buona parte del suo passato e della sua giovinezza. Era entrato con decisione nel negozio sportivo; aveva chiesto al commesso un certo tipo d’arco con caratteristiche precise e senza troppo pensarci aveva estratto la carta di credito e pagato.

Poi fuori, a fare due passi per una New York romososa e bellissima come ogni giorno, a respirare l’aria inquinata e frizzante della Grande Mela. Vederlo passeggiare in abito gessato blu, camicia bianca e cravatta regimental lasciava perplessi i passanti; anche se erano abituati a vederne di cose strane non si era mai visto un novello Guglielmo Tell in completo da manger.

Qualcuno si girava a guardarlo, altri incrociandolo sul marciapiede abbozzavano una battuta. Intorno la città continuava a pulsare con i suoi soliti ritmi allucinanti e stereotipati. Lui procedeva imperterrito, con la sua solita faccia da cane bastonato, immerso nei suoi pensieri. Poco gli importava del rumore delle auto, delle insegne luminose che si lasciava alle spalle, della gente che lo sfiorava. Una bolla immaginaria lo proteggeva dall’inutile baccano del mondo. Nel silenzio paziente della sua mente ascoltava lo spigoloso peso dell’arco sulla spalla, percepiva il calore del suo palmo che con decisione tratteneva l’arma, sentiva battere la faretra ritmicamente sulla schiena ad ogni passo. Pochi metri lo divedevano dall’ingresso del suo appartamento; si sarebbe chiuso alle spalle ogni distrazione ed avrebbe cominciato a fare conoscenza con il suo nuovo amico. Bisognava solo pazientare un poco. (FABIO SELINI)

 


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IL RITORNO
post pubblicato in Diario, il 13 luglio 2007


 

Finalmente riconosceva la strada. Ne aveva percorso mille senza mai conoscerne una, senza che nessuna gli fosse famigliare, amica. Strade di mezza Europa gli avevano consumato gli scarponi con le suole di cartone piagandogli i piedi rovinandogli le ginocchia. Questa però non l’aveva mai scordata, sognandola ogni qual volta chiudeva gli occhi per qualche ora scampando al pensiero delle morte e allo stridore di una guerra che sembrava non finire mai.

Ora, però, era lì e nessuno poteva fermare il suo incedere, il suo viaggio verso qualcosa di atteso da troppo tempo. Si fermò un istante quasi volesse fotografare quell’immagine ed immagazzinare nel suo cervello quelle sensazioni. La sua ombra curva sotto il peso dello zaino si allungava verso oriente mentre il sole stava scomparendo dietro l’orizzonte regalandogli emozioni mai provate di genuina felicità. Il vento fresco della sera nascente accarezzava delicatamente il suo viso sporco ed impolverato.

Il vecchio ruscello correva rapido e rumoroso come sette anni prima quando per l’ultima volta lo aveva accompagnato nel suo viaggio verso un destino che gli pareva misterioso ed inquietante.

Se la ricordava bene la mattina che era partito per il fronte; aveva salutato la sua mamma abbracciandola forte come fosse l’ultima volta avviandosi lungo quella strada di terra battuta che solcava come una lama i campi di grano appena tagliato. Non si era più voltato resistendo al desiderio di ritornare indietro per evitare che la madre potesse notare le gocce di pianto che solcavano il suo viso.

Da quel momento per lui era iniziata un’altra vita fatta di uniformi, di ordini, di grandi marce, di fucili e bombe. Da semplice contadino l’avevano trasformato in soldato, pronto a morire, carne da macello nell’orribile ingranaggio della seconda guerra mondiale. In quegl’anni al fronte aveva visto cose orrende che non avrebbe più dimenticato, aveva annusato il puzzo della morte che gli si era attaccato addosso indelebilmente sulla pelle e nella mente. La morte non lo spaventava più, ma ne aveva rispetto. Troppi erano gli amici che erano morti senza motivo, troppa la gente che aveva dovuto seppellire. Partendo per la guerra aveva sentito parlare della “bella morte”, della morte epica a cui va incontro il soldato valoroso. Per qualche tempo aveva creduto a questa fiaba. Poi, però, quando aveva visto ragazzi come lui urlare ed imprecare contro Dio per il destino crudele che li stava strappando alla vita, aveva capito che non c’era nulla di eroico nella morte, che morire era uno schifo e nulla più. Davanti alla morte nulla aveva più significato, nemmeno la vita stessa. Tutti quei commilitoni che erano stati abbattuti al fronte ora giacevano in casse di legno o peggio in fosse comuni dimenticati dalla storia e pianti da pochi. Gli capitava spesso di pensare a loro, al lento decomporsi delle loro carni, alla loro eterna immobilità.

Fedele si accese una sigaretta che gli era stata regalata da un militare di colore americano qualche giorno prima. Tirò una lunga boccata guardandosi attorno nella campagna deserta. Si sentiva bene, nonostante l’angoscia non lo abbandonasse mai. Era solo in mezzo al nulla, ma era un nulla che conosceva, che gli era amico, complice. Per la prima volta dopo molto tempo non aveva paura e questo assurdamente lo spaventava. Troppa era l’abitudine a pensare al nemico, alle bombe, a dormire con un occhio aperto per abituarsi alla calma ed al silenzio. Il tizzone della sigaretta bruciava lentamente il tabacco disperdendo nell’aria un odore inconfondibile e piacevole; Fedele aspirò altro fumo facendolo scendere giù nei polmoni che sussultarono in un colpo di tosse.

“Non so più nemmeno fumare” pensò sorridendo.

Quella era la prima sigaretta da molto tempo. Al fronte scarseggiavano e nel campo di prigionia in Germania non ne aveva più viste. Quando quel soldato americano gliene aveva offerta una, lui lo aveva ringraziato come se avesse ricevuto un dono prezioso e se l’era infilata in tasca resistendo al desiderio di fumarla.

L’aveva tenuta per questo momento, per festeggiare il ritorno a casa. Per due anni esatti aveva vissuto in un campo di lavoro dormendo su tavolacci di legno e cercando di sopravvivere alla fame e alle malattie che falcidiavano i suoi compagni di sventura. Erano pochi gli italiani di quel campo in mezzo a migliaia di prigionieri russi.

“Brava gente i russi” soleva dire ogni qual volta gli era capitata l’occasione di raccontare quella sua esperienza. Nonostante le grandi diversità culturali, le difficoltà a comprendere una lingua tanto difficile, Fedele si era trovato bene con quegli uomini schietti e generosi. Con loro aveva condiviso i momenti più brutti della prigionia, i giorni di lavoro alla fabbrica di copertoni alla quale era stato assegnato, l’attesa per la liberazione, la gioia per la libertà ritrovata. Estrasse dalla tasca dei pantaloni militari un foglietto stropicciato e cercò di leggere i tratti incomprensibili in alfabeto cirillico; era l’indirizzo del suo compagno di branda Vassjli. Se li erano scambiati dopo un lungo abbraccio d’addio il giorno della partenza del soldato russo con la promessa di tenersi in contatto, di non disperdere il bagaglio di ricordi che avevano condiviso.

“Un giorno ti verrò a trovare” disse a voce bassa continuando a fissare quell’alfabeto misterioso.

Fece qualche passo osservando il rapido scorrere dell’acqua del ruscello per poi sedersi sul suo argine.

Sapeva che mancava poco per arrivare a casa, ma non si era preparato per l’incontro con i suoi cari. Come si sarebbe comportato? Come avrebbe reagito vedendo sua madre?

Nonostante fosse stato liberato da oltre un mese, non aveva ancora pensato a quel momento. Troppi erano gli impegni ed i sacrifici per un ex prigioniero per trovare il tempo di pianificare certe cose; lunghe camminate, trasferimenti in treno, località e lingue sconosciute avevano riempito i suoi pensieri quasi a difenderlo da quell’attesa infinita che stava consumandosi.

Guardò i suoi scarponi malridotti, osservò la sua divisa lacera. In testa aveva il cappello di panno con la penna nera. Era un alpino, uno dei tanti. Quando gli era stata data l’uniforme, tanto tempo prima, si era sentito orgoglioso di indossarla, di far parte di quell’esercito che sembrava imbattibile. “Sono un alpino e me ne vanto” soleva dire compiacendosi. E poi quel cappello con la penna era davvero bello, gli dava un aspetto elegante e distinto. Ma il suo entusiasmo era durato ben poco; quando la sua bella divisa ed i suoi lustri scarponi si erano mischiati al fango delle trincee tutta la sua supponenza giovanile era sparita annegata nei fiumi di sangue che aveva visto scorrere.

Terminò la cicca gettandola per terra spegnendola con il piede; tolse il cappello dalla testa guardandolo a lungo rigirandoselo tra le mani: la penna oramai ridotta ad uno stoppino ed il tessuto grezzo bucherellato dai mille insetti che gli avevano fatto compagnia durante gli anni. Guardò il corso d’acqua alle sue spalle, allungò la mano nella quale teneva il cappello e con un gesto rapido lo gettò nel canale. Il berretto iniziò a galleggiare sul pelo dell’acqua come una barca alle prese con una burrasca. Fedele lo fissò per un breve attimo per poi distogliere lo sguardo per sempre da quel feticcio carico di ricordi sgradevoli. Non voleva avere più a che fare con le memorie della guerra, liberarsi per sempre da un incubo durato troppo a lungo.

Si tolse lo zaino dalle spalle ed estrasse una camicia e un paio di pantaloni; non erano proprio della sua misura, ma andavano comunque bene. Li aveva recuperati dopo la liberazione dalla prigionia e se li era infilati nello zaino portandoseli fino lì.

Si guardò intorno; non c’era anima viva. Iniziò a spogliare gli abiti militari rimanendo completamente nudo. Si sentiva sporco, ma soprattutto voleva lavare via per sempre il lerciume di quei sette anni. Entrò nel canale rabbrividendo al contatto con l’acqua gelida, trattenne un grosso respiro fino a tuffarsi fragorosamente.

“Dio mio che bello!” urlò a squarciagola mentre il suo pianto si mischiava all’acqua corrente.

Dopo essersi asciugato indossò gli abiti civili. I pantaloni erano corti e la camicia piuttosto stropicciata. Fedele sorrise “Sempre meglio così che la divisa”.

L’uniforme giaceva per terra, la guardò. Sapeva che in quel momento di difficoltà e di estrema povertà, un cambio d’abiti era più che utile, magari da usare per lavorare nei campi. Ebbe l’istinto di raccoglierla, ma desistette.

“Fanculo la divisa!” pensò mentre abbandonava tutto sul ciglio della strada dirigendosi verso casa con in tasca l’unica cosa bella che quella guerra gli aveva lasciato, l’indirizzo di un amico vero. (FABIO SELINI)


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permalink | inviato da selo il 13/7/2007 alle 14:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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