Fuori piove e tira un vento gelido che ti fa dimenticare che da quasi un mese è arrivata la primavera. Si sta bene in questa taverna calda seduto su una comoda poltrona insieme ai miei amici. In realtà non ci volevo venire, ho guardato decine di volte fuori dalla finestra osservando le secchiate d’acqua che scendevano provando a convincermi che non era il caso d’uscire. Chi me lo faceva fare di camminare per un paio di chilometri sotto il diluvio per andare a vedere una partita di pallone in tv? In fin dei conti potevo starmene in casa e seguirla distrattamente dal mio televisore. E poi gioca il Milan, non il mio Toro. Chi se ne importa di Sacchi, Van Basten e Gullit?
Eppure nonostante tutto ora sono qui, con le scarpe zuppe d’acqua, seduto accanto ai miei soliti amici … quelli che vivono di pane e calcio, quelli un po’ sfigati che non frequentano poi tanto assiduamente le ragazze, quelli che per ora hanno un dannato e meraviglioso universo limitato. E chi se ne importa, mai stati meglio in vita nostra. Almeno così sembra a noi. Amici, calcio e goliardia … il resto può aspettare ancora un po’.
La partita è di quelle che contano, una semifinale di coppa campioni. Il Milan gioca a Monaco di Baviera contro il Bayern dopo aver vinto solamente per uno a zero all’andata.
Mi guardo attorno, saremo quasi una ventina di anime perdute. In prima fila, davanti alla tv, ci stanno di diritto i milanisti, padroni di casa e delle emozioni che stanno vivendo, alle loro spalle come da tradizione stazionano minacciosi i gufi juventini e interisti pronti a portare rogna e godere in caso di sconfitta rossonera, più defilato ci sono io che tifo Toro e che dunque non faccio testo (non mi considera nessuno) ed Enrico, il padrone di casa. Ovviamente la casa non è la sua, ma dei suoi genitori che però io nemmeno conosco. Credo di averli visti si e no una volta, un sorriso un saluto educato e poco altro. Mai stato in casa loro, piuttosto sono un frequentatore assiduo di questa taverna, piccolo stato indipendente dove regna Enrico. Ci vediamo le partite, ci facciamo merenda, ci cazzeggiamo spesso e volentieri.
Le luci sono basse ed il volume troppo alto inonda le orecchie, si fa fatica persino a parlare. C’è elettricità nell’aria, si respira agitazione mista a quella sofferenza che precede ogni partita importante. I milanisti sognano un’altra finale dopo quella di Barcellona contro lo Steaua e qualcuno (quelli più audaci), seppur scaramanticamente, sta già organizzando la trasferta a Vienna. Vienna, il Prater, Baresi che rialza la coppa. Che meraviglia sarebbe.
Ma la cosa davvero curiosa di questa sfida è che la vedremo in diretta-differita. Fino a qualche mese fa eravamo abituati a vedere le dirette sulla Rai, ma adesso Canale5 si è impossessato delle partite internazionali del Milan, ma non ha ancora l’autorizzazione a trasmettere in diretta e quindi il mach viene proposto con una sorta di differita di cinque minuti sull’effettivo svolgimento del mach. Insomma quello che accade all’Olimpiastadium noi lo si vede qualche minuto dopo. Surreale direi, perfino assurdo. Prodigi della tv, se così possiamo dire. Una differita spacciata per diretta, una diretta …. indiretta.
Intanto che aspettiamo si mangia e si beve un po’, qualcuno (milanista, ovviamente) non riesce a mandar giù nulla e se ne sta avvinghiato alla poltrona in silenzio con la faccia tesa e gli occhi lucidi. Intorno, c’è una piccola festa fatta di risate, birra e pizza, ma loro non sembrano farci troppo caso. Inutili fronzoli, superficiale introduzione. In fin dei conti li capisco, dopo anni di sofferenze hanno finalmente uno squadrone che li può ripagare di mille delusioni. Se la finale dell’anno precedente è stata puro godimento innocente, una specie di lampo di piacere infinito, quest’anno immaginarsi di nuovo in cima all’Europa è una sorta di necessità, un bisogno fisiologico, una gioia adulta e consapevole. Questa volta hanno tempo per metabolizzare, per comprendere quello che sta capitando e tutto sembra molto, molto, molto più piacevole.
Finalmente dopo milioni di minuti di pubblicità, inizia la partita o meglio inizia per noi perché in Baviera stanno dando calci ad un pallone già da 300 minuti. A Monaco c’è un tempaccio della miseria e si capisce che fa freddo, il campo è così così. Sarà una battaglia, ‘sti tedeschi non molleranno facilmente.
La partita non è granché e sembra destinata allo zero a zero. Qualche milanista si sente già in tasca il biglietto per il Prater e si immagina ebbro di gioia a festeggiare per le vie di Vienna. Accanto a me Enrico impreca e soffre con indosso un orribile cappellino con le treccine di Gullit. Va di moda tra i milanisti, è un semplice cappello da baseball ma dietro spuntano decine e decine di trecce nere a fare il verso dell’acconciatura reagge dell’olandese. Quello di Enrico è però diverso da tutti (e ti pareva) perché non è stato acquistato sulle bancarelle dello stadio di San Siro, ma fatto a mano dalle sapienti e pazienti mani di chi gli vuole bene e sopporta e supporta questa sua sana follia. Prima il bandierone a coprire l’intera casa, adesso le treccine e via così all’infinito.
Poi un lampo, una coltellata: gol di Strunz. Uno a zero per i tedeschi.
“Tutto da rifare” dice l’esagitato commentatore.
I milanisti impietriti sulle loro poltrone se ne stanno lì ad imprecare a denti stretti ed a fare riti scaramantici accompagnati da silenziose preghiere laiche. Tutto è lecito in queste occasioni, tutto diventa necessario.
Anche Enrico non è più tanto tranquillo e rilassato come lo è stato fino a pochi minuti prima. Ha perso in un baleno lo smalto del vincitore e patisce come un qualsiasi tifoso in difficoltà. Lo guardo e ci vedo me che patisco praticamente da sempre per il mio Toro ed un po’, lo ammetto ci godo. Vedere quelli forti che soffrono è un esercizio condivisibile e perfino legittimo. Certo, non mi esalto come fanno certuni miei amici qui accanto che palesemente sfottono i poveri milanisti in ambasce. Non è colpa loro, un po’ li capisco, se non vinci in Europa da tre decenni o peggio non hai mai vinto perché Maghath ha tirato un bolide da duecento metri e Zoff non l’ha visto entrare … beh … un po’ di rancore lo provi di fronte a ‘sto squadrone rossonero che vince facilmente e realizza i tuoi sogni.
Supplementari. Si va ai supplementari con l’incubo di arrivare ai rigori e lì si sa non conta più nulla se non una buona dose di fortuna (eufemismo). I milanisti non ci vogliono assolutamente arrivare. Quando sei più forte non ti puoi permettere di rischiare affidandoti alla fortuna, ti tocca far si che questa non centri nulla con la tua ventura. Vinci perché devi e puoi farlo, il resto conta zero.
Nella pausa Enrico si alza uscendo dalla taverna.
Gli domando “Dove vai che tra due minuti inizia il primo supplementare?”.
“In bagno” dice laconico senza convincermi. Ha la sua solita faccia sorniona con un mezzo sorriso mascherato da smorfia.
Vorrei approfondire, ma non mi sembra il caso. Uno avrà pur il diritto di andare in bagno senza essere indagato.
Sparisce per qualche minuto poi torna agitato. Ovviamente ironizzo sulle sue abitudini intestinali anche se inizio a comprendere che in bagno non c’è stato per i consueti motivi tradizionali.
“Ma dove t’eri cacciato? Il primo tempo supplementare è già cominciato, te lo sei perso!” dico stupito ed incuriosito.
“Non l’ho perso” mi dice sorridente.
Allora capisco e sorrido insieme a lui senza che il resto del piccolo mondo che ci sta attorno ne sappia nulla.
Pochi secondi dopo, come tarantolato, si rialza. Me ne accorgo solo io, gli altri ormai hanno gli occhi fissi alla tv.
Fuori piove un po’ meno anche se qua dentro pare non importi a nessuno. Siamo tutti lì all’Olimpiastadium … tranne Enrico che è … in bagno, di nuovo.
Poi un urlo sovrumano squarcia l’atmosfera e inonda coprendola la voce del telecronista.
Ci voltiamo tutti verso la porta e vediamo sbucare Enrico esultante con le mani strette a pugno e la bocca serrata in una smorfia di piacere.
“Gol! Gol! Gol!” urla scendendo i pochi scalini che lo dividono dalla platea esterrefatta.
“Borgonovoooooooooooooooooo!”.
I ragazzi continuano a guardarlo senza capire. No, non ha segnato nessuno, la tv dice che sono ancora uno a zero per i tedeschi. Si sono talmente abituati alla finta diretta da non ricordare che qualche centinaio di chilometri più a nord la partita reale è avanti di cinque minuti. E diavolo santo, Borgonovo ha segnato davvero!
Enrico ha passato praticamente tutto il tempo in bagno ad ascoltare la radio che trasmette, lei si, in diretta. La vecchia amata radio che non si presta a sotterfugi e bizzarrie commerciali, quella che ha la pecca di non farti vedere le immagini, ma il pregio di fartele immaginare.
Il gol di Borgonovo, Enrico, se l’è goduto istantaneamente senza aspettare la stupita mediazione del tempo. Non si può attendere un’emozione e nemmeno posticipare una gioia. Bisogna viverla nel momento che nasce e tenersela stretta finché dura. L’attesa è per i deboli di cuore, per i pavidi non per chi come lui ha intenzione di assaporare ogni attimo.
In questa stanza sotterranea c’è confusione. Qualcuno non gli crede, altri festeggiano, altri ancora imprecano (chissà per chi tifano?).
Enrico passa cinque minuti buoni a convincere gli scettici e scusarsi con chi s’è sentito defraudato di un’emozione. Ma come si fa a tenersi dentro una gioia così? È festa vera e allora si festeggi! Alla faccia dei cinque minuti di differita che illudono creando una falsa realtà.
Poi anche la tv mostra la rete. Scatto sulla linea del fuorigioco di Borgonovo e gol in pallonetto. Milan qualificato. Si va a Vienna a vincere o perlomeno a provarci.
Questa sera di mezza settimana e d’inizio primavera è una come tante eppure ha qualcosa di speciale ed unico, è uno di quegli attimi che inevitabilmente ed inspiegabilmente rimangono impressi. Non è il gol e nemmeno la festa rossonera a renderla speciale, quanto piuttosto l’energia sprigionata da quel pazzo del mio amico, la voglia di vivere il momento che comunica ai suoi amici che non capiscono. Cosa ne sa un diciannovenne della brevità della vita quando sei convinto che duri per sempre, cosa ne sa un diciannovenne di quanto è prezioso un attimo che diventa eterno se ne sprechi a migliaia, cosa ne sa un diciannovenne di quanto sia importante questo momento perché unico ed irripetibile? La fame di vivere, la necessità di non perdere tempo, l’obbligo di godersi ogni istante. Non sai nulla perché non te ne importa, perché pensi non ti tocchi, che non siano argomenti degni di qualsivoglia attenzione. È normale, perfino legittimo. Sei giovane e non pensi di sprecare il tuo tempo, ne hai a bizzeffe.
Forse devi avere un destino segnato ed una malattia che ti fa compagnia da sempre per comprenderlo, forse hai bisogno di dare ad ogni giorno un significato per gustarti l’attimo, forse devi diventare obbligatoriamente adulto se fai i conti con la sofferenza e la morte.
Da quella sera uggiosa sono passati quasi vent’anni eppure quell’urlo strozzato di gioia è ancora presente nella mia memoria come un piccolo significativo mattone che ha edificato la mia crescita personale. Non sempre la consapevolezza arriva dopo grandi meditazioni, viaggi o illuminanti discorsi. A volte capita in un frammento di sera e te la porti con te per sempre. Un esempio leggero offertomi inconsapevolmente da un ragazzo che aveva forse già compreso quanto sia importante dare valore al momento ed alla vita che stiamo vivendo. Ora.
FABIO SELINI